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Macellai, fruttivendoli e pizzicagnoli abbassano le saracinesche dei propri negozi, non riuscendo a sostenere gli affitti e a pagare le bollette. Intanto i luoghi della surmodernità ridisegnano le periferie, complici gli amministratori che autorizzano licenze commerciali nelle zone industriali ed artigianali. Subiamo il fascino, poco discreto, del carrello, facciamo la spesa nei “non luoghi” (come li definisce il semiologo francese Marc Augé) vi trascorriamo il tempo libero, elevandoli a simboli rappresentativi di questa nostra epoca caratterizzata dalla precarietà, dalla provvisorietà e dal transito. Mentre i centri commerciali si moltiplicano e implodono, i negozi tradizionali stanno chiudendo. Notate l’incongruenza? Andiamo in visibilio per il cibo di strada – che fa tendenza, genera opinione, occupa le pagine dei giornali – ma non bazzichiamo più i generi alimentari, preferendo le grandi catene della distribuzione del cibo. Una volta le massaie si curavano di scegliere negozi che garantissero la qualità e la genuinità dei prodotti, oggi consultano lo smartphone per individuare le mappe della convenienza. Poi c’è lo street food. Anche noi abbiamo fatto merenda con pane e mortadella e siamo cresciuti mangiando la porchetta del camioncino; abbiamo sgranocchiato carrube, semi di zucca e lupini comperati dai baracchini lungo le vie, per poi disseminare di bucce le sale cinematografiche. Perché negarlo? Siamo noi i veri, malaugurati, promotori del tracollo causato dalla circolazione accelerata delle merci; noi gli iniziatori del processo di smobilitazione del piccolo, ma virtuoso, commercio alimentare. Diventa sempre più difficile acquistare prodotti alimentari in quei luoghi antropologici e identitari che ci ostiniamo a definire “centri storici”, portandoli a modello del buon vivere e dell’accoglienza e non ci accorgiamo di averli trasformati in sterili musei. Capita di camminare per le vie di un borgo senza poter mettere qualcosa sotto i denti e se ci imbattiamo nel negozio fighetto di prodotti di nicchia, biologici, biodinamici, salutistici, solidali e via dicendo, meglio darsela a gambe a causa dei prezzi salati, applicati per spennare il cliente di passaggio. Questo si risolve a danno di chi i paesi ancora li abita, in particolare delle persone anziane che fino a qualche tempo fa uscivano a fare la spesa per comprare due etti di carne tritata o un chilo di patate per il pranzo, investendo lo stretto necessario per sbarcare la giornata. Confesercenti fa sapere che un locale su quattro è ormai sfitto per mancanza d’impresa. A sfamarci ci penseranno i banconi dei supermercati, dove i commessi con la faccia rotonda ci accolgono a colpi di affettatrice e grattugia, disponendo strategicamente i prodotti per facilitarci la scelta. Spostiamoci a Colfiorito, cornucopia dell’Appennino. Persino gli abitanti di Forcatura, Scopoli, Casenove, Arvello, Dignano, Annifo, Volperino e Collecroce – che hanno visto abbassare le saracinesche dell’alimentari del loro paese – sono invogliati ad acquistare presaole e culatelli di Zibello, kiwi e cipolle di Tropea, birre trappiste e vini pregiati dai banconi di un fornitissimo supermercato sorto d’incanto tra i monti. A Bevagna accade l’esatto contrario. Sono anni che i sindaci della città respingono gli assalti della grande distribuzione, nel tentativo, forse inutile, di salvaguardare forni, fruttivendoli, pizzicagnoli e botteghe alimentari. Crediamo che la strada giusta per i nostri paesi sia questa. Una mano gliel’hanno data quei turisti alla ricerca di un companatico all’altezza dopo aver preso troppa confidenza con il Sagrantino. Siparietto. Concludiamo con un sonetto di Luciano Cicioni, tanto per rincarare la dose: «Si passeggia in un mare di rovine:/ ormai nei centri storici silenti!/ Abbondano gli “affittasi” eloquenti/ cartelli in malinconiche vetrine./ La domenica euforici e ridenti/ tutti fuor dalle mura cittadine,/ tutti all’ipermercato al solo fine/ di dar la caccia a “offerte convenienti”!/ Pochi, sparuti, rari dettaglianti/ allarmati si aggirano in mutande./ Il megastore ne ha già accoppati tanti!/ È forse un segno di modernità/ questo calar di insegne e di serrande?/ Questo manco il sociologo lo sa». Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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