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Vagando tra gli imponenti trattori e le attrezzature agricole esposte ad Agriumbria, abbiamo notato un paradosso. Mentre il contadino abbandona la terra, questa fiera di settore – ormai la più importante del Paese – registra un aumento di visitatori, che a migliaia giungono a Bastia da tutta Italia. Il diffuso desiderio di fare ritorno alle proprie origini ci aiuta a ragionare su come il mondo stia cambiando. Non riusciamo più a percepire la mancanza di tempo, mentre accettiamo l’insicurezza derivante dall’impossibilità di progettare il futuro. Ci soccorre il messaggio di Esiodo ne “Le opere e i giorni”, in cui il poeta greco intorno all’VIII sec. a. C. celebra la necessità del lavoro attraverso un ordine razionale del patrimonio di conoscenze umane in ambito agricolo. Ma l’agricoltore che visita Agriumbria è ancora in grado di domandarsi dove lo condurranno le cause rovinose di questo stato di cose, a cui l’incapacità di chi governa non riesce a rimediare? Il mondo agricolo è cambiato, anche se le piante, le sementi e persino gli animali esposti in fiera sembrano quelli di una volta, quasi non avessero subìto anch’essi una trasformazione genetica. Eppure le loro carni sono divenute nocive e le loro cellule hanno supportato notevoli trasformazioni; come le abbiamo sopportate noi, sotto le influenze dovute alla dilagante velocità di questa contraddittoria esperienza umana. Ad Agriumbria le pecore ancora belavano e i somari ragliavano, metafore – non solo zootecniche – dei nostri tempi impuri, involontarie chiavi di lettura dei folli mutamenti sociali che ci hanno investito. A guardare i figli degli agricoltori, con in mano le scatole pigolanti di pulcini e le pignatte di coccio smaltato si ha l’impressione che nelle loro menti non si sia ancora infiltrata quell’incertezza insinuatasi in ogni fenditura sociale, ad erodere i parametri basilari della razionalità rispetto allo scopo. Nondimeno i contadini orientano ancora il proprio agire sui ritmi delle stagioni, nonostante abbiamo fatto di tutto per devastare il presente (ambientale, economico, sociale, estetico, morale), intaccandone le radici profonde e danneggiando il futuro. E’ questo il valore delle fiere agricole, che invitano a riflettere – con suggestione e rigore analitico – sul tempo e la mancanza di tempo, quello esiodeo de “Le opere e i giorni”; invitano a ragionare sulle cause e sulle rovinose conseguenze di questo stato di cose. Anche se per un ritorno alla terra non basta sentirsi contadini è comunque importante, avvicinarsi ad essa, perché equivale alla necessità di avvicinarci al nostro passato, che giudicavamo perduto. Non è necessario essere giganti del pensiero per comprendere quali siano le conseguenze della globalizzazione, le motivazioni per cui abbiamo perso la capacità di rifiutare i demenziali modelli di consumo. Più difficile è cogliere gli andamenti dei mercati, i processi di formazione, le relazioni tra capitale e lavoro agricolo, le dinamiche delle politiche agricole comuni (PAC), i programmi imposti dallo sviluppo rurale. Agli agricoltori non rimane che seguire l’insegnamento di Esiodo, che è quello di riordinare razionalmente il patrimonio di conoscenze umane nell’ambito del proprio lavoro. Ma cosa c’entra in tutto questo Agriumbria? C’entra, perché i contadini e gli allevatori sono forse rimasti i soli a non aver perso la capacità decisionale sulla propria vita, sebbene sia strangolati da leggi inique e insensate e quantunque non riescano più a gestire la complessità dei problemi: proprio loro che nei secoli hanno gestito, bene o male, la furia degli elementi. Siparietto. Mentre la fiera chiudeva i propri battenti a Cascia i pastori sardi, dopo aver attraversato il mare, venivano in soccorso delle popolazioni colpite dal terremoto donando ai “malasortati” colleghi un migliaio di pecore. Anche questo non è tutto, ma neanche poco. Ad Esiodo sarebbe piaciuto.


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