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L’Umbria si identifica agli occhi del mondo per le sue campagne che, al pari di quelle toscane, rivelano al visitatore il loro mistero rurale. Il paesaggio, nonostante le lacerazioni subite, mostra quei dettagli da cui è ancora possibile leggere la vicenda storica che l’ha attraversata, lo stretto legame tra città e campagna, gli effetti di una continua ricerca del bello applicata al territorio agricolo con una intensità mai sperimentata altrove. Henri Desplanques (1911-1983) descrive il paesaggio tosco-umbro-marchigiano partendo dal presupposto che la campagna era stata disegnata “come un’opera d’arte da un popolo raffinato, quello stesso che ordinava nel Quattrocento ai suoi pittori dipinti e affreschi”. Il geografo francese – autore nel 1969 di “Campagnes ombriennes” – spiega che la nostra gente si è costruita i suoi paesaggi rurali come se non avesse altra preoccupazione che per la bellezza. È proprio questo il dato su cui dobbiamo ragionare, mentre osserviamo quel che rimane dei campi curati come giardini, dei seminativi arborati adibiti a coltivazione di cereali, degli ulivi, dei gelsi che li circondano. A rendere ancora più gradevole l’insieme sopravvive il reticolo di vie campestri che segue le geometrie della centuriazione romana e degli insediamenti poderali. E’ questa l’Umbria più attrattiva, quella dei colli, dei coltivi, delle cantine, delle fattorie animate e circondate dal verde. Quella che appartiene all’immaginario del visitatore. Sia chiaro. Non abbiamo nessuna nostalgia del “Mulino Bianco”, quantomeno nella sua fastidiosa accezione coniata da quegli “innovatori del paesaggio” che hanno prodotto solo danni irreversibili con l’avallo degli accademici della betoniera. Ci preme solo affermare che i flussi turistici in Umbria, come altrove, sono proporzionali alla bellezza dei luoghi. Tuttavia gli attori istituzionali, che dovrebbero tutelarla, la bellezza, non sono in grado di adottare una programmazione integrata con i settori dell’edilizia, delle infrastrutture e dell’industria. A cosa servono le certificazioni ambientali se poi non riusciamo a colloquiare con i veri marcatori del bel paesaggio italiano? Siparietto. Non è solo colpa del terremoto se il turismo in Umbria soffre. Le scosse hanno stuzzicato la creatività di Guarducci (che sa sempre dove vuole arrivare) nella sua veste di assessore al turismo di Assisi. Facendo leva sulle sue capacità di comunicatore prestato alla politica, Eugenio chiama a raccolta gli appassionati delle due ruote. In verità ci vorrebbe la bacchetta magica – anziché di cioccolata – per rilanciare il settore. Bisognerebbe discuterne pure con lui – non solo su Twitter – quali siano le vere potenzialità di questa regione, di cui il turismo rappresenta la principale risorsa, forse la sola capace di apportare ricchezza. Finiranno anche gli effetti del sisma, i turisti torneranno, ma ci sarà ancora molto da lavorare: incentivare iniziative volte alla diversificazione dell’offerta, alla redistribuzione dei flussi, alla valorizzazione delle aree più fragili, alla tutela e promozione del patrimonio storico-culturale e soprattutto alla riqualificazione ambientale. E se a Pasqua ci toccherà tirare la cinghia, non si dica che è solo colpa dell’accanimento mediatico in cui i mezzi di comunicazione inzuppano il loro pane raffermo. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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