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Negli anni Sessanta i contadini rovesciavano ancora la terra con l’aratro trainato dai buoi, mentre oggi arano guidando potenti trattori alti come case; tagliavano il fieno con la falce e crescevano la prole a pane di ghianda, come agli inizi del Novecento, quando ancora non c’erano la televisione, il frigo e la lavatrice. In Umbria la popolazione contadina viveva ancora come nei secoli passati. Pochi conoscevano la plastica: i recipienti per la cantina erano di legno e quelli per il bestiame di ferro. Si viveva in un tempo sospeso, prodigioso, con un occhio al calendario liturgico e uno rivolto all’ingresso dell’aia, sui cui si transitava il carretto trainato dal cavallo che portava sapone in tocchi, pettini d’osso, rasoi affilati, carta moschicida, DDT cancerogeni e, talvolta, organetti fabbricati nelle Marche, indispensabili per festeggiare le ricorrenze. Di tanto in tanto passavano l’arrotino e il cocciaro, che riparava i vasi rotti in cambio di uova, pollastri e piccioni. Oggi tutto è cambiato. Si fa un gran parlare della terra come chiave di ripresa, si studiano i modelli agroindustriali sulla base delle indicazioni della Pac che dovrebbero consentire il superamento delle precarietà, ma spesso penalizzano l’imprenditoria agricola minore e le classi sociali che le ruotano intorno. Le associazioni di categoria indicono assemblee e convegni domandandosi se l’Umbria possa essere ancora considerata una regione agricola; se il comparto sia capace di competere con quello di altre regioni più avanzate; se il ricavato dalla terra sia proporzionale alle soluzioni progettuali di elevata innovazione tecnologica che gli imprenditori agricoli adottano con immani sacrifici. Il punto è proprio questo. Gli agricoltori umbri, sebbene si siano adeguati ai modelli di sviluppo più rispondenti alle necessità delle diverse realtà aziendali del territorio, non riescono più a centrare neppure gli obiettivi minimi. A ciò si aggiunga il devastante consumo dei suoli. L’Umbria (di appena 8.456 Km2 di superficie, di cui 1/3 sono aree montane) con l’edificazione di infrastrutture viarie, case, capannoni e centri commerciali solo negli ultimi 10 anni ha bruciato qualcosa come 50.000 ettari di territorio. Ci si accorge allora che qualcosa non funziona in una regione che considera paradossalmente strategiche l’edilizia e le attività estrattive, trascurando il territorio e il paesaggio, che invece costituiscono il vero patrimonio culturale formatosi negli anni grazie al comune contributo dei suoi abitanti; un patrimonio che rischia la dispersione e l’immiserimento derivanti dalle insensate pianificazioni urbanistiche. Eppure non è trascorso troppo tempo da quando i paesi e le città se ne stavano raccolti all’interno delle loro mura, mentre all’esterno i contadini spaccavano la zolla con l’aratro trascinato dai buoi, come si vede nella ceramica di Bevagna realizzata negli anni Quaranta dall’artista eugubino Aldo Ajò, che rappresenta la contesa natalità fra i Comuni di Assisi, Spello e Bevagna del poeta elegiaco Sesto Properzio. Siparietto. Nessuna nostalgia per quel gramo passato, ma neppure esaltazione per il presente. Timore, quello sì, per il futuro. Oggi i trattori fanno la gincana tra svincoli e villette a schiera abitate dai figli di quei contadini che fino a poco fa tagliavano il fieno con la falce e crescevano la prole a pane di ghianda. Sono queste le contraddizioni della nostra regione che ha perso la qualifica di agricola senza acquistare quella di industriale; un territorio che giorno per giorno assiste al cambiamento della sua fisionomia, ma che coltiva l’aspettativa di una fascia ulivata tutelata dall’Unesco. Encomiabile l’intento bucolico, ma è vano chiudere le stalle quando ormai i buoi sono scappati. Tanto per spostarla sulla zootecnia. Nel frattempo i centri storici si vuotano. Il degrado ambientale delle zone collinari adiacenti ai poli urbani cresce a vista d’occhio, laddove continuano a spuntare diffuse zone residenziali, che alterano gli habitat naturali e il paesaggio tipico. Le aree industriali e residenziali si fondono tra di loro, così come quelle industriali e agricole a danno della salute e della sicurezza della gente. Altro che turismo verde, prodotti di nicchia, rilancio della zootecnia. Stiamo diventando campioni di superfici industriali mentre le imprese chiudono lasciandosi dietro fabbricati che nessuno riconvertirà mai a spazi vitali per i nostri figli. E qualcuno rimpiange già il tempo in cui si suonava l’organetto sull’aia. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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