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Una spruzzata di pioggia gelata ha interrotto il nostro shopping lungo il corso di Norcia. Ci siamo riparati sotto un tendone della Protezione Civile, sempre meglio di quel caffeuccio da sensali reso insicuro dalle scosse. Dal cielo di piombo trapelano improvvisi squarci di sole che investono con beffarda ironia le facciate lesionate degli edifici. Gli scrosci hanno mutato di colore quel che resta della piazza, le lucide pietre bagnate, le impalcature tirate su in fretta, mani tese a preservare i resti della basilica di San Benedetto, ridotta ad uno spot per la Croce Rossa. La chiesa è il nuovo simbolo della ripartenza. La tengono in piedi a dimostrazione della tenacia di questa gente, non più disposta a sopportare ulteriori crolli di quella che consideravano la loro città a prova di cataclisma. La drammatica ironia della sorte trapela dalle pozzanghere lungo i selciati spaccati, dai mucchi di neve insozzati dalle ruspe, dagli occhi insonni di chi va per strada. Dai negozi, coraggiosamente riaperti, filtra un’aria spettrale, ma anche un non so che di orgoglioso, una proposta netta e sgargiante che si riflette sulle vetrine, una speranza tenace che qualcuno entri a fare acquisti. Un vecchio siede di traverso su una panca con il gomito appoggiato al tavolino, sfregando la sigaretta tra indice e pollice come volesse vuotarla piuttosto che fumarla. Ha il berretto calcato a sinistra per mostrare il bel ciuffo canuto. Indossa il grembiule bianco sopra la giacca, come a dire: sono un norcino. Proprio a lui quelle scosse del trenta ottobre dovevano fare questo torto? Mentre guarda immusonito la pioggia traditrice – di quelle piogge, come si dice, che piovono sul bagnato – varcano la soglia spalancata della sua bottega un’anziana signora, come vestita a lutto e un nobile apparentemente scaduto che indossa una mantiglia di loden, manco fosse in Val Pusteria o, invariabilmente, a Corso Vannucci. “Sono ingordi” gli dico “che con la scusa degli acquisti vengono a curiosare la tragedia”. Prima si tocca, poi mi risponde che a caval donato non si guarda in bocca, specialmente se il cavallo se ne va con un chilo di budellucci, due chili di lenticchie e un capocollo. I vecchi sanno sempre come comportarsi con la iattura. Allora ben vengano i menagramo, ben vengano a bordo dei loro potenti suv targati Centocelle anche i liberal al tartufo nero pregiato. Tutto serve a far ripartire l’economia, ad avverare la sopravvivenza di popolazioni alla continua ricerca di un rimedio contro il travagliato destino degli appenninici (quello del nascere e del morire in un batter di ciglia) che nel maiale e nei turisti avevano individuato una soluzione. Morale della favola, se l’indotto saprà far leva sulla solidarietà il marchio alimentare sarà più forte di prima. Tra umorismo nero e satira di costume gli Addams escono del negozio con la spesa sotto braccio, tanto che il norcino lancia uno sguardo supplice a Benedetto (il santo sempre in piedi) perché li abbia in gloria tutti, commercianti e potenziali clienti. Ma chi salverà il patrimonio zootecnico la cui sopravvivenza dipende dai rigori del duro inverno? Certo, troppi miracoli non si possono demandare al monaco benedettino. Dovrà provvedervi chi a Roma si adorna dei successi ottenuti dagli angeli degli aiuti. Non servono proclami, ma un rovistare composto e attento tra le macerie di una comunità oltraggiata per sincerarsi dei danni effettivamente prodotti dal sisma. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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