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E’ caduta la prima neve e i lupi sono scesi dalla Macchia Cavaliera a cacciare sull’altopiano, dove non troveranno più armenti. Lo scenario è sempre quello millenario e incontaminato dei Sibillini. Se non ci si avvicina troppo al paese non si percepiscono i segni del terremoto. Venisse giù anche l’ultimo coppo di Castelluccio il genius loci rimarrà lo stesso. Tutto ciò che circonda le macerie convive con il sisma fin dalla notte dei tempi; al punto che fu proprio il terremoto ad avvolgere di mistero ogni angolo di quel soave e immenso palcoscenico. Sono stati i rimescolamenti della terra a creare le fate con il loro sentiero, la Sibilla e la sua grotta, il poema cavalleresco del Guerrin Meschino e le sue figure mitologiche. Poi vennero i pastori, le transumanze, il grappolo della case, la guerra di Norcia contro Visso, le due città oggi accomunate da un perfido destino. Non è più tempo di lenticchie, deltaplani, escursioni a cavallo e impianti di risalita. Il sisma ha passato la sua pesante mano su quel paradiso. E’ rimasto uno squarcio lungo dieci chilometri, un minaccioso ammonimento, un solco in più sul bel volto di una donna matura: impercettibile offesa che non guasta la magnificenza del Creato, ma mette in guardia sull’incerto futuro. Come accade per tutte le cose che da lontano volgono al bello, è la vicinanza che ti frega. Superate le frane e i crepacci apertisi sull’asfalto, ti avvicini al paese e ti accoglie della polvere sollevata dal vento. E’ polvere di case, di muri sbriciolati, di tetti sprofondati, di oggetti oltraggiati. Castelluccio è un paese singolare, dove d’inverno fa talmente freddo che una volta, quando moriva un vecchio, per ritardarne il distacco i congiunti lo lasciavano anche per una o due settimane in soffitta prima di tumularne la salma. In quest’epoca che ha disperatamente bisogno del nostro amore, della nostra speranza, del coraggio di opporsi e di lottare contro la meschinità imperante è necessario ridonare la vita a quella comunità felicemente rivoluzionaria, anarchica, fuori da ogni schema, dei Testa, Cappelli, Pasqua, Argenti e Brandimarte. C’è un motivo in più per dare precedenza a Castelluccio, per affrettarne la ricostruzione. Le sue radici potrebbero seccarsi prima delle altre. Sebbene insicuri vanno preservati all’umanità i luoghi da dove poter percepire la bellezza del mondo e da dove poter lottare contro chi ogni giorno tenta di impoverirla, di svilirla, terremoti compresi. La stessa bellezza che gli eroici castellucciani hanno mantenuto a costo di immani sacrifici. Nonostante le difficoltà questo paese, in piedi o raso al suolo che sia, segna il confine da non varcare per tenere insieme la tensione politica e quella poetica, la contemplazione e il conflitto con le avversità, da dovunque esse provengano. Sradicare i castellucciani, rinchiuderli nei freddi loculi delle nostre città, sarebbe come cedere alle misere finzioni di una vita sociale, che ha fatto più vittime di ogni rovinoso terremo. Siparietto. E’ indispensabile riaprire le vie di collegamento per permettere il trasporto dei moduli e smaltire le macerie senza interferire sull’ambiente. Quei montanari per sopravvivere non hanno bisogno solo di case e di stalle, ma anche di seminare lenticchie e preparare i terreni per la fioritura, che per Castelluccio è importante quanto la laguna per Venezia. Ecco perché Emiliano Brandimarte – un ragazzotto del posto il cui cognome ricorda l’Orlando Furioso – è rimasto insieme agli uomini del V reggimento alpini di Vipiteno a presidiare i suoi sessanta cavalli haflinger e maremmani. Il Pian Grande è tutto per lui. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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