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Tra i misteri di Montefalco quello della luce resta il più insondabile. C’è chi grazie a quella luce è guarito dalla melanconia e da altri deprecabili malanni solo per essersi affacciato dalla finestra dell’ospedale, da cui lo sguardo spazia sull’intera Valle Spoletana. Nel giugno del 1452 fu proprio quella luce a spingere Benozzo Gozzoli a rifiutare l’invito di Michele di Felice Brancacci che lo voleva a Firenze per un’importante commissione. Ma dovendo l’artista ultimare il suo ciclo pittorico francescano, così rispose al mecenate che lo reclamava: «Ora m’è ochorso un poco de chaso e non mi posso partire per de qui», come si legge nella lettera autografa conservata presso la chiesa museo di San Francesco. Secoli più tardi quella luce ammaliò D’Annunzio e Herman Hesse e oggi ancora incanta il visitatore. Sabato scorso il suo bagliore aveva in sé qualcosa di diverso. A farle da specchio era un velo sottile e rarefatto di nebbia, che stringendo le colline di Bevagna e di Trevi, se le faceva ancelle per poi avvolgerle in un insolito crepuscolo dorato subito sfumato in vespro. Questione di attimi. Un tripudio tardo autunnale che accoglieva Antoniazzo Romano, il maestro per il quale s’è nuovamente spostato Paolucci, lo storico dell’arte più amato dagli umbri, da quando nel 1997 ricostruì la Basilica di San Francesco. E quanto ci farebbe comodo Paolucci, ormai amico giurato di Montefalco, nella ricostruzione dei tesori della Valnerina. Sabato scorso il direttore emerito dei musei Vaticani ha portato con sé dalla Pinacoteca di San Paolo fuori le Mura una pala d’altare: la “Madonna col Bambino tra i Santi Paolo, Benedetto, Giustina e Pietro”, ora esposta nel Complesso Museale di San Francesco. La sindaca Tesei, in armonica e simmetrica corrispondenza, ha esposto un’altra opera, quella in cui Antoniazzo raffigurava “San Vincenzo, Santa Caterina d’Alessandria e Sant’Antonio da Padova”, gelosamente custodita a Montefalco, dove giunse nella Chiesa di Sant’Illuminata nel 1491 per intercessione dei frati Agostiniani. Ma i due capolavori, pur insigni, non offuscano l’abside di Benozzo, ora esaltato dalla nuova illuminazione led fornita da Guzzini. Semmai testimoniano la vivacità artistica della città, come spiega la curatrice della mostra Adele Breda circa il ruolo fondamentale che l’arte umbra esercitò sul maestro romano, che da quella pittura attinse un linguaggio addolcito, peruginesco, di “ombre e luci modulate in passaggi morbidi e in cui i volti dei santi esprimono sentimenti pacati e rassicuranti e una malinconica dolcezza”. Il vero santo di Montefalco è tuttavia Paolucci, a cui andrebbe conferita la cittadinanza onoraria, non solo per l’autentica ammirazione che nutre per Donatella Tesei e per il suo contorno, ma perché con i suoi persuasivi interventi ha mostrato ad un’intera comunità come il bello può salvare il mondo. Paolucci ha raccolto il plauso della stessa assessora regionale Fernanda Cecchini che ha sottolineato l’importanza delle iniziative culturali di quella piccola ma grande città e della professoressa Sabina Addamiano, moderatrice dell’incontro, che di Montefalco studiò le potenzialità già nel 2003 per conto della Fondazione Agnelli, parlando per la prima volta del Sagrantino come ‘bene colturale’ ed indicando i nuovi e in parte inediti modelli di fruizione dei beni artistici presenti nei complessi che possono essere mèta di un viaggio, e che più di altri si prestano ai riflettori mediatici, anche per iniziativa di progetti (come quello di “Montefalco nel cuore”) sostenuti dalle imprese del territorio. Siparietto. La Tesei è riuscita a creare un circuito virtuoso tra sviluppo rurale, culturale e turistico, tanto che è legittimo porsi una domanda. Il modello è esportabile anche nella Valnerina recentemente devastata dal sisma? Sarà possibile coinvolgere imprese agroalimentari e amministratori dei paesi colpiti? Vale la pena tentare. Il modello Montefalco insegna che l’Umbria ha bisogno di nuove intelligenze e rinnovate idee, da dovunque esse provengano, al netto dei condizionamenti ideologici di cui la politica nazionale in questi giorni ci sta offrendo un penoso esempio. Ha bisogno di nuova luce, non solo per guarire dalla melanconia dell’isolamento ed altri deprecabili malanni, ma per uscire indenni dalle macerie e dalle conseguenze di una logora spossatezza del governare. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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