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La salvezza del genere umano riposa sulle conoscenze a disposizione della scienza per contrastare i fenomeni della natura, sebbene i progressisti a parole se ne infischino allegramente delle conquiste scientifiche, usando il mondo come una cava da scarnire, costruendoci sopra case appiccicate con lo sputo, che ad ogni evento sismico confermano il fallimento dell’arroganza, dell’idea del profitto e della non curanza. Nella funesta lotteria del terremoto (che lotteria non è, altrimenti non si spiega perché a “vincere” siano sempre le stesse tormentate popolazioni) si riversano tutte le incongruenze della democrazia, questa solerte matrigna a cui la gente ciecamente s’affida. Assistendo a calamità come queste, esaminando le immagini terrificanti delle fenditure sulle praterie sommitali dei Sibillini, ripensiamo alla Terra. Perché un pianeta che in teoria – ma anche in pratica – potrebbe estinguersi, sembra più simile a noi, che seguiremo la sua sorte. Riusciranno i nostri eroi – in questi giorni impegnati a parlare di Trump e di referendum – a salvarci dalle martellanti avversità che si abbattono sul genere umano? Siparietto. Non ci sembra tiri aria di elezioni. O forse sì, ma bisognerà aspettare almeno il risultato del referendum, prima di chiedere a chi ci ha amministrato cosa abbia fatto fin qui per mettere in sicurezza il Paese. Dopo di che sarà bene guardarci intorno per individuare rappresentanti migliori di quanti hanno sempre inciarfugliato che il terremoto è solo un malanno passeggero. Questa volta, “passando” ci ha insegnato che è indispensabile formare classi dirigenti all’altezza dei compiti, provenienti da ambienti umanistici, professionali, capaci di scambiarsi esperienze e di comprendere che il pianeta e la vita umana sono una cosa sola, non un campo sperimentale, un laboratorio scientifico le cui cavie sono destinate a finire sotto le macerie. Su questo dovrà confrontarsi la politica, nella consapevolezza che le calamità naturali sono un’incognita che investe tutto il Paese. Domandiamoci se è mai possibile che in Nuova Zelanda un terremoto di magnitudo 7.8, della formidabile durata di tre minuti, pur avendo colto nel sonno decine di migliaia di persone abbia provocato (per fortuna) soltanto due morti. Con le dovute proporzioni ci lascia ben sperare che a Norcia la ricostruzione abbia, entro certi limiti, funzionato se rapportiamo le conseguenze a quelle di Amatrice. Siamo sulla strada buona? Forse sì, perlomeno in termini di comprensione del fenomeno, che da oggi in poi dovrà essere combattuto attraverso un differente approccio, evitando che i provvedimenti cadano dall’alto invece di essere discussi e condivisi con le popolazioni che hanno impressi sulla loro pelle gli effetti devastanti del terremoto.


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