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Sembrerà pure una bestemmia in questo momento parlare di riscatto mentre tanta gente ha il cuore storto per aver perso tutto, la casa, il lavoro e persino i propri cari. Sembrerà fuori luogo, ma con il cuore storto, anche noi, recriminiamo per la perdita di un’Arcadia. Recriminiamo per lo smarrimento della tradizione occidentale a cui il terremoto – ma non solo lui – ha inferto il colpo di grazia. Quando l’orco non aveva ancora allungato la sua devastante zampata sulla città di Norcia ci stracciavamo le vesti per i danni inferti al patrimonio artistico e religioso, da secoli cardine della Fede popolare della Valle Castoriana. Che ne dicano i facili detrattori di Radio Maria (l’emittente che ha sospeso Padre Cavalcoli, quello del sisma come un “castigo di Dio”) la Fede nella sopravvivenza di quelle popolazioni è stata e continuerà ad essere tutto. Era solo l’inizio quando la chiesa di San Salvatore a Campi di Norcia e l’Abbazia di Sant’Eutizio hanno cominciato a sbriciolarsi. Ora Norcia, Visso, interi paesi sono crollati, letteralmente. S’è detto che la Fede non basta. E’ vero, dato che le scosse si sono sommate mettendo un’ipoteca pesante sul futuro delle comunità, cancellando nel volgere di pochi giorni l’ingegno e il lavoro che l’uomo aveva contrapposto alla natura matrigna, resistendole nel 1974, nel 1979, nel 1997. Insomma fino a quando ha potuto. Ora che sono crollati campanili, castelli, mura di cinta, torri d’avvistamento, palazzi storici, cittadine medievali, chiese, abbazie e santuari, dei quali negli anni era stata messa a dura prova la capacità statica, s’è perso qualcosa di più: s’è persa l’identità stessa di quelle comunità. Questo il motivo per cui il patrimonio culturale dovrà essere recuperato: per riscattarne la sua unicità. È tardi per piangere sull’incuria volontaria, sull’insufficienza delle risorse, sui goffi interventi del passato. Bisogna pensare al futuro di uno dei luoghi più significativi dell’Occidente, luogo egli stesso dell’errare estremo, dell’autentico nichilismo attivo di cui parla Nietzsche, se proprio avete in uggia la Fede, adducendo come pretesto le stupide scappate di un prete. Guardate il bicchiere mezzo pieno, altrimenti non se ne viene fuori. Guardate – se volete – al nichilismo, quello introdotto dalla filosofia che favorisce il processo di distruzione degli ideali tradizionali, per fare spazio all’affermazione di nuovi valori. La Valnerina per risorgere dovrà essere ricostruita in modo antico e al tempo stesso moderno. Sapienza tradizionale e tecnologie moderne dovranno integrarsi a vicenda, non solo negli aspetti strutturali e materiali, ma nelle dinamiche sociali che soprintendono alla ricostituzione del patrimonio antropico minato dagli eventi. Il concetto è di facile comprensione se consideriamo che le popolazioni appenniniche, erranti per definizione, sono sopravvissute ai secoli modificando le loro abitudini per meglio adattarsi ai fenomeni naturali e collettivi. Senza piangersi addosso è tempo di guardare al futuro, chi con gli occhi della Fede, chi con quelli della filosofia che sposa il pensiero di Friedrich Nietzsche. L’errare metaforico di quei discendenti delle popolazioni italiche raggiunge la propria estrema coerenza con il superamento della tradizione, che non significa abbandono, ma una costante rilettura della tradizione che tenga conto del progresso umanistico, scientifico e sociale, appunto consistente nella fede (stavolta con la “f” minuscola) che le cose del mondo incessantemente divengono “altro” da ciò che sono state. È un po’ come ripercorrere il rito della Primavera Sacra senza allontanarsi troppo dai luoghi di appartenenza, tenendo presente che l’“altro” è l’essenza del nascere e del morire, ricerca del rimedio contro l’angoscia, riscatto sulla luce nera di quel sottosuolo ostile che s’irradia in tutte le forme sapienziali e pratiche del nostro tempo malato, senza rinunciare alla speranza e alla Fede nel risorgere dopo lo spavento, persino nell’infelicità che ne consegue.


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