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Cosa insegna Nocera Umbra a diciannove anni dal sisma che l’ha duramente colpita, come nessun’altra località umbra fu colpita? La risposta è di grande interesse per Amatrice e Arquata del Tronto. Nocera – le cui abitazioni sono state spostate dove prima non giungevano nemmeno le sue periferie – va studiata con attenzione, non solo nei metodi della ricostruzione, nelle tecnologie di prevenzione antisismica, quanto nella perdita della propria identità. Matteo Renzi, parlando del progetto Casa Italia, assicura che si tornerà a progettare con criteri nuovi; preannuncia che la “scommessa infrastrutturale” prevede bonifiche, banda larga, interventi sulle scuole e sul dissesto idrogeologico, prevede la razionalizzazione delle periferie, la costruzione di impianti sportivi “tutto articolato in un progetto complessivo che abbia linee guida chiare e una regia di insieme”. Mica male come utopia. Ben venga il progresso tecnologico a contrastare i fenomeni devastanti della natura, a rafforzare le abitazioni più vecchie, a incatenarne le pareti per ottenere quell’effetto scatolare che eviti il crollo degli edifici. Ma basterà mettere in sicurezza tetti e solai? L’effetto scatolare andrebbe applicato alla disgregazione sociale e alla perdita delle opportunità di lavoro che affliggono i territori terremotati. Nocera insegna che è necessario investire in idee e tecnologie in grado di accompagnare le nuove generazioni verso la ricostruzione socio-economica dei paesi. L’abbandono dei luoghi va contrastato con l’inclusione sociale, nei suoi numerosi aspetti tra i quali l’inclusione scolastica, quella lavorativa, lo sviluppo produttivo, gli investimenti sulle nuove generazioni, favorendo l’intreccio armonioso tra tradizione artigianale e valorizzazione delle eccellenze esistenti, come le acque e la salubrità del territorio, nel caso che ci occupa. Il fine ultimo dell’inclusione sociale è quello di garantire l’inserimento di ciascun individuo all’interno della società indipendentemente dalla presenza di elementi limitanti, compreso quello del terremoto. Ecco allora che l’unica strada praticabile è quella di investire sulla tradizione del territorio per salvarne l’identità. A Nocera questo non è successo, perché le amministrazioni che si sono succedute sono state lasciate sole a gestire il dopo-terremoto. Non si è neppure tentato di salvare il suo sviluppo rurale endogeno, la sua economia civile, né sono stati incoraggiati gli investimenti sul piano turistico e ambientale. A Nocera è mancata la metodologia dell’approccio richiesta alle istituzioni centrali – Regione compresa – incapaci di rinnegare una pasticciona macro-visione per giungere ad una misurata visione del particolare. Quello di Nocera è un fallimento che viene da lontano, che non ha tenuto conto delle componenti sociali. E’ il fallimento di chi non ha inteso sanare il debito storico nei confronti di questa città. Siparietto. Forse non è il caso di buttare via il bambino con l’acqua sporca. L’esperienza nocerina va studiata come modello da non ripercorrere, come malinteso da non ripetere. “Venghino sindaci” di Arquata e di Amatrice “venghino a vedere con i propri occhi”. Del resto cosa potevamo aspettarci in assenza di una governance di area vasta? Che i miracolosi nocerini tirassero fuori la bacchetta magica? O la macchina del tempo per riproporre la città termale dei progetti abbandonati: andate a visitare le mai terminate terme del Cacciatore dell’architetto Paolo Portoghesi. Che fine ha fatto la città famosa per le sue tre sorgenti oligominerali, per lo stabilimento creato da Felice Bisleri, quando ancora a Gualdo Tadino non esisteva quello della Rocchetta. In India l’acqua minerale si chiama ancora Nocera Umbra, per definizione. Che fine hanno fatto il maestoso parco, il Giardino delle Acque, sede delle selezioni di Miss Italia, la residenza dell’Azienda di soggiorno del Folignate, la città gremita di villeggianti (come lo erano quella maledetta notte Amatrice, Arquata del Tronto e Norcia), la città già sede vescovile, dove dimorava il vescovo di Assisi, Gualdo e Sassoferrato, la città dei ritiri estivi delle squadre di calcio di serie A? Oggi, giungendo da Porta Vecchia – superata la quale si svolge la splendida salita del borgo – sembra di entrare in un castello caduto nel sonno, perfettamente restaurato (ci mancherebbe altro, dati i tempi che ci sono voluti), contornato da vicoli serrati a gradoni a fasciare la rupe che lo sorregge, ma non più sorretto dalla sua disgregata comunità, che a vent’anni dal sisma stenta a restituirgli la vita. Forza Nocera, chi c’è nato sa che puoi farcela nonostante tutto. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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