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Una grigliata di seppie e calamari può valere una mezz’oretta di claustrofobia? Gli automobilisti che a due mesi dalla sua apertura percorrono la strada veloce Foligno-Porto Civitanova, lamentano una sensazione di soffocamento già alla prima, alla seconda (figuriamoci alla settima) galleria. Del resto sarebbe stato impossibile limitare l’impatto sull’ecosistema senza realizzare i ventidue chilometri di tunnel. A conti fatti la colata di cemento inferta dall’avveniristica infrastruttura si limita ai cinque chilometri di viadotti, per il tratto compreso dall’innesto sulla Flaminia fino al rondò della Muccia. Non potevamo pretendere la bottiglia (di Varnelli) piena e la moglie ubriaca. Restano le perplessità riguardanti l’investimento complessivo di 1,1 miliardi finanziato dal CIPE; ma il dibattito sul sacrificio, in termini ambientali e di finanze pubbliche, è ormai vano. Quel che è fatto è fatto. Solo la storia potrà pronunciare la parola definitiva su quali fossero le effettive necessità delle popolazioni interessate. Una cosa è certa. Renzi ha potuto tagliare il fatidico nastro non per merito (o demerito) suo, ma di chi lo ha preceduto, senza fare inutili nomi alla portata di tutti. Considerando le attuali risorse pubbliche – con le quali non sarà neppure possibile risistemare l’asfalto alla E 45 – rimaniamo scettici difronte alla promessa di un Ponte sullo Stretto di Messina. Invece riflettiamo insieme sulle priorità che ci toccano più da vicino. Il rilancio dei territori montani incide direttamente sulla carne viva del Paese, perché questi costituiscono un elemento fondante dell’identità italiana, caratterizzati come sono da un’elevata qualità della vita e da una notevole coesione sociale. La fascia appenninica custodisce gran parte del nostro patrimonio storico, artistico, paesaggistico e nello stesso tempo detiene le eccellenze del sistema produttivo nazionale. Per intenderci: le infrastrutture che servono le nostre zone sono importanti, quanto le case di Amatrice. Se non riduciamo le distanze tra i territori italiani, se non ricostituiamo le condizioni perché questa parte del Paese possa concretamente scommettere su di sé, non usciremo mai dalla crisi. L’Umbria e le Marche incassino il caval donato senza troppi distinguo. Alcune puntualizzazioni s’impongono, invece, per mettere a sistema l’opera e i suoi derivati. Bisognerà accordarsi su come gestire al meglio le recenti acquisizioni archeologiche di epoca romana riaffiorate durante i lavori. E’ indispensabile consolidare l’immagine dei prodotti agroalimentari, ormai in grado di raggiungere velocemente i mercati. Sarà necessario affrontare il problema relativo allo svincolo di Scopoli per contrastare lo spopolamento delle già compromesse attività della Valle del Menotre e, infine, andrà riconvertito e potenziato l’antico tracciato ad uso di una mobilità dolce a vantaggio di un turismo sostenibile che diventi la strategia centrale dell’intero sistema, se vogliamo governare i futuri flussi di visitatori nazionali e stranieri. Sono ancora tante le questioni da risolvere, perché se Colfiorito (che registra un aumento delle presenze) oggi ride, Pale, Scopoli, Leggiana, Rasiglia, Sellano e Casenove piangono come ai tempi del terremoto. Alla valle – e non all’altopiano – è stato richiesto il sacrificio più grande. Siparietto. Ingegneria civile applicata all’infrastruttura, pura scienza del calcolo, dove finiscono le tue ragioni e cominciano i torti? Chi (e per conto di chi) decide l’interesse primario? Sono questi i temi su cui la politica dovrà confrontarsi, intervenendo a compensare i torti; perché il rapporto tra i territori montani e il resto della regione sia un percorso condiviso di salvaguardia, manutenzione e sostegno, al fine di presidiare i luoghi e indirizzare gli sforzi su adeguate pratiche di sviluppo delle risorse. In caso contrario avremmo spostato montagne di terra e dissipato sostanze solo per una grigliata di seppie e calamari. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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