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Tra i maestosi contrafforti del Vettore e quelli della Laga la terra continua a tremare. Attraverso la porta di una faglia (oscura quanto la saga della Sibilla) sono passate scosse capaci di cancellare paesi e spargervi la morte. Questa volta il sisma non ha scoperchiato solo le case, ma anche il patrimonio etico di un’intera Nazione. Ha messo il dito nella piaga e ne sono uscite scomode verità. Mai s’era verificata una levata di scudi così unanime contro l’approssimazione e la trascuratezza di cui si sono resi responsabili le amministrazioni – ma anche i privati – in materia di ricostruzione, adeguamento e messa in sicurezza del vecchio patrimonio immobiliare. Forse tanto sangue non è stato versato invano. La gente sta comprendendo che diffondere la cultura della prevenzione costituisce l’unico rimedio contro il terremoto. L’apostolato di queste tragiche consapevolezze può giocare un ruolo risolutivo per la salvaguardia di tante vite umane. Rimane il rischio che a voler punire i colpevoli – subito e a tutti i costi – ci si distragga da una verità: che la furia della terra ha avuto un suo ruolo determinante, anche se la corruttela e l’incapacità hanno realizzato una funzione facilitante, andatasi a sommare alla magnitudo sprigionata. I responsabili saranno sottoposti alla legge, risponderanno delle loro malefatte, ma intanto bisogna ricostruire con coscienza, probità e ricorso alle tecnologie più idonee a proteggere le vite umane e i nuovi abitati dovranno integrarsi con la natura dei luoghi. Sì, la natura dei luoghi. Perché quando muore una città muore un intero patrimonio di beni, immagini, consapevolezze e tradizioni. Muore un sedimento di memorie. Perciò s’impone da subito – come avvenne per il terremoto del 26 settembre 1997 in Umbria e nelle Marche – che i funzionari addetti al patrimonio storico artistico eseguano una capillare catalogazione dei beni presenti sui territori colpiti, insieme ad una fedele ricognizione dei tracciati urbanistici e dei “segni” del paesaggio, da considerarsi opere d’arte a cielo aperto (e in quanto tali degne dei delicati ma solidi interventi di tutela che Antonio Paolucci riservò alla Basilica di San Francesco in Assisi). Non c’è grande differenza tra opera pubblica, religiosa e abitazione privata, laddove ogni manufatto fu realizzato da un’arcaica e perduta cultura degli edificati consolidatasi nel corso dei secoli. Quella cultura non va dispersa. Dovrà essere studiata, conservata e messa in sicurezza, perché è sotto i campanili che da secoli avviene la rappresentazione più vera di quei luoghi, i soli in grado di consolidare il risultato di fede, lavoro, memoria e cicli popolari. Come avvenne per il torrino di Foligno, è dai campanili che bisogna ripartire per rafforzare la trasmissione dei valori e l’attaccamento tenace alla terra, che non è poi così malvagia come si vorrebbe far credere. La terra natia è una cosa sola con la famiglia, con le piccole chiese, con i luoghi di ritrovo, con le usanze e le tradizioni popolari che non moriranno se si permette alle giovani generazioni – anche quelle che hanno assistito alla distruzione – di rinfocolare l’orgoglio di essere nati “lì”. Nati in quell’Appennino che rappresenta l’unico scrigno possibile a salvaguardia di una ricchezza già fin troppo oltraggiata dalle precedenti ricostruzioni, compiute secondo le logiche dell’insipienza e della burocrazia parassitarie che hanno già devastato l’Italia, più di ogni terremoto.


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