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Norcia c’è dentro un’altra volta, fino al collo, inutile nasconderlo. Passeggio lungo Corso Sertorio in compagnia di uno che ha molte ragioni per restare anonimo, un fedelissimo della precedente nomenclatura, uno morso dalla vipera che oggi fa bene ad aver paura dell’anguilla, come ammonisce il proverbio. Con un paio di fedelissimi di quella schiatta, a Norcia – come altrove – si può arrivare dappertutto, si può anche individuare la crepa più nascosta provocata dall’ultima scossa a danno delle mura della circonvallazione o la trave sfuggita al collaudo di un edificio antisismico. Gli edifici antisismici i danni li subiscono, eccome. Ma sono progettati per rimanere in piedi, salvano la vita di chi li abita. Il mio uomo afferma che se non fosse stato per la doviziosa ristrutturazione durata lunghi anni questa volta i morti si sarebbero contati a centinaia, tanti quanti dormivano in città quella notte. Sotto una fastidiosa pioggerillina, come se non fosse bastato quello che è venuto giù (o su, secondo i punti di osservazione) ci imbattiamo nei volontari della protezione civile, poi in un gruppetto di preoccupati commercianti. I turisti sono spariti e qualche negozio ha le saracinesche abbassate. Ma Norcia per fortuna non è Amatrice o Accumuli. Mura crollate e vie deserte a parte sembra, al loro confronto, la terra promessa. In effetti un po’ lo è, perché di promesse ne ha sentite tante. Ora però bisogna decidere in fretta cosa comunicare al mondo, se la verità, cioè che i danni sono stati devastanti, oppure la verità condita dalla furbizia montagnina: che i danni sono lievi, per cui la cornucopia alimentare è in attesa di ricevere i turisti. Ma l’estrema reticenza del montanaro muove al sospetto il volgo morboso, il quale immagina che certe cautele servano a coprire chissà quale magagne. Invece, nella disgrazia nulla va sottaciuto per non rischiare che siano sottovalutate le conseguenze del sisma. Intanto la terra continua a tremare e gli epicentri si spostano da un Comune all’altro, da una profondità all’altra, fregandosene dei confini regionali faticosamente imposti da scelte politico amministrative, piuttosto che da una vicenda storica unitaria. Il sisma non segue le carte geografiche. I suoi veri confini sono segnati dalle formazioni argilloso-sabbiose dell’antico lago villafranchiano, confliggenti con l’Appennino calcareo e con quello marnoso-arenaceo del Terziario, così diversi nella loro morfologia (ma anche per i modi di vita che vi si conducono, terremoto permettendo). Siparietto. Dove la terra trema con ostinata puntualità bisognerà continuare a farci i conti con le scosse. Tra la patria di San Benedetto e quella di Santa Rita sono in 665 a pernottare nelle strutture di prima accoglienza. La situazione peggiore si registra nella tendopoli di San Pellegrino, dove Regione e Comune operano per accogliere ottanta persone senza case. Quelle di legno arriveranno forse a Natale. Il mio uomo mugugna che dove il terremoto non ha provocato danni diretti imperversa la rigorosa legislazione in materia ambientale, concepita per creare problemi alla ricostruzione. Sono tanti tra gli allevatori, i produttori, i commercianti, ma anche tra la gente comune, che vorrebbero ricostruirsi una casa anche a proprie spese; ma non si azzardano perché il regime vincolistico imporrebbe loro la demolizione una volta passata la fase dell’emergenza. Nei bar si parla della faglia che attraversa la costa del Vettore, passa per il Castelluccio, come lo chiamano da queste parti, e raggiunge Castelsantangelo sul Nera. Il mio agente a L’Avana ricorda che quel pugno di case che domina il Pian Grande non fu toccato dal sisma del 19 settembre 1979 (lunedì scorso ricorrevano i 36 anni), “quello di magnitudo 5.9 Richter, IX Mercalli, in cui morirono cinque persone, con duemila sfollati; allora venne giù pure il cinquecentesco santuario della Madonna della Neve”. I suoi occhi, cerchiati per le notti insonni, s’incupiscono. Trattengono una lacrima. A ben vedere il senso di quello che mi vuole raccontare porta dritto ad un legittimo scetticismo misto a paure mai sopite. Norcia – modello di una straordinaria ricostruzione – tutto questo lo sa. E trema, anche se non vuol darcelo a vedere.


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