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Niente ippocrassi, quinti quarti in agrodolce, corate e gualdaffe di ventre in caldume. Niente civieri di lepori e peverade da sbocconcellare al termine di un torneo cavalleresco. L’Umbria osa fare di più: diffonde la storia e la contrappone al presente, invita studiosi, saggisti, filosofi, scrittori, registi e giornalisti. Dal 4 al 9 ottobre si terrà a Gubbio la seconda edizione del Festival del Medioevo, ideato da Federico Fioravanti, dove si discuterà del tormentato rapporto tra Europa e Islam, ormai che – volenti o nolenti – il mondo occidentale e quello islamico sono destinati a convivere. L’informazione globale ha velocizzato questo processo di fusione, ha abbattuto le barriere viaggiando in tempo reale e toccando contemporaneamente Europa, Asia e America. Il mondo della cultura non può più sfuggire al dibattito. Il festival riconsegna all’Umbria il suo carattere storico, relazionale e identitario, ma soprattutto le restituisce il ruolo di crocevia culturale. La capitale del più antico popolo italico, apparentemente isolata dal mondo, offre una convincente dimostrazione di sé riscattandosi dalla sua emarginazione. Ai dibattiti s’alterneranno la fiera del libro medievale e le esibizioni di artigianato storico. E’ in programma persino un omaggio a Steve Jobs, che attinse dalle conoscenze del monaco trappista Palladino i segreti tipografici che permisero alla casa di Cupertino di definire il design dei propri fonts. Se ne ricava che la storia è quella delle invenzioni e nessun’altra. Perché sono le invenzioni a determinare la storia. Il vituperato medioevo è ancora vivo e vegeto, chiede solo la nostra comprensione; reclama la riapertura di quelle botteghe capaci di far risorgere se non la classe almeno la prassi artigiana, lo stupore della “tecnologia antica”. L’iniziativa di Fioravanti ci riporta a Bevagna, dove il medioevo rivive grazie al Mercato delle Gaite, che ha gettato un pilastro tra passato e presente, senza che purtroppo le istituzioni se ne siano accorte. Alle istituzioni piace paludarsi, sfilare nei cortei storici alla ricerca di visibilità, ora che le tribune politiche non raccolgono più i consensi della gente. Sono in pochi ad aver compreso che riattivare certi circuiti rappresenta l’unica via d’uscita dalla crisi che investe il settore manifatturiero. Se n’è accorto l’ISIME (Istituto Storico Italiano per il Medioevo) che ha concesso al festival il suo patrocinio scientifico, coinvolgendo esperti provenienti da venti università italiane e europee. Siparietto. Niente ippocrassi, quinti quarti in agrodolce, corate e gualdaffe di ventre in caldume. Niente civieri di lepori e peverade da sbocconcellare al termine di un torneo cavalleresco, ma una profonda mutazione dei nostri comportamenti dovuta alle trasformazioni mondiali in atto. Cambiano i valori di riferimento: da una società “usa e getta” stiamo tornando ad una società “pensa e valuta”, simile a quella esistente tra la caduta dell’Impero Romano e la scoperta dell’America (476-1492). Secoli bui? Niente affatto. Dal medioevo ci giungono consapevolezze culturali, importanti scoperte per l’umanità, valori capaci di contrastare la dilagante globalizzazione, perché l’arte del vivere non consiste nel rappresentare cose nuove, ma nel rappresentarle con novità.


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