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I terremoti vengono per nuocere, ma anche per farci riflettere, ad averne le capacità e l’onestà intellettuale che spesso ci manca. Sull’onda emotiva della tragedia le prefiche di Stato ipotizzano una strategia per la casa. Sarà per questo che non finiamo di tremare. Ci saranno a disposizione tre miliardi o giù di lì, ma la posta è ben più alta. Guai a limitarsi al pur indispensabile miglioramento sismico. Migliorare è cosa da poco, non ce lo nascondiamo. Che ti vuoi migliorare quando si tratta del secolare patrimonio edilizio del nostro Appennino il cui incanto è pari alla sua criticità? Gli interventi di miglioramento, dove possibili, comporteranno un altro tipo di crollo: quello del suo valore economico. E qui il problema si fa etico. Davanti al sacrificio di vite umane, rileva la perdita del patrimonio storico, artistico e paesaggistico? Vallo a spiegare ai proprietari delle case i cui architravi mostrano incisioni cinquecentesche. E’ più corretto ragionare in termini di doveroso “risarcimento”, commisurato ad una compensazione dei rapporti dare/avere tra territori dell’Appennino e resto della nazione. Da secoli la montagna è oggetto di indiscriminato sfruttamento (minerario, silvopastorale, idrico, ecc..) da parte del resto del paese. Non fosse altro per questo lo Stato dovrebbe prendersi in carico quanti queste terre le abitano e le sottraggono allo spopolamento. Ma non tutti hanno chiaro lo sforzo e le estenuanti difficoltà provenienti da secoli di crisi e dal mancato perseguimento degli obiettivi prefissati – a parole – dagli accattavoti che non sono stati capaci nemmeno di “proteggere” e “mantenere”, laddove qualche risultato era stato sfiorato, se non in parte raggiunto. La salvaguardia è quella degli equilibri che per tanto tempo hanno contrastato l’emigrazione, l’esodo, lo sfollamento. I territori colpiti dal terremoto – ma anche da una vicenda storica ostile e da un progresso che non li ha certamente favoriti – non vanno tartassati con la pressione fiscale, specialmente laddove è più necessario incoraggiare la coesione sociale. Non si può fare “spending review” tra le rovine, dove invece è necessario incoraggiare la protezione del lavoro, delle imprese agricole e zootecniche, favorire la commercializzazione dei prodotti certificati e non quella dei prodotti taroccati che dirottano il reddito altrove. E’ abominevole il criterio che si sta adottando per raccattare quattro soldi attraverso lo sfruttamento del brand “Amatriciana” (tanto per lavarsi la coscienza e trarre pelosi guadagni dalla disgrazia). Per soccorrere i settori colpiti la protezione del reddito da lavoro è una priorità assoluta, anche attivando gli ammortizzatori sociali in deroga. Non solo contributi a pioggia, quindi, a dimostrazione che lo Stato – immancabilmente presente alle esequie e sui social – ha compreso che le politiche sociali delle aree appenniniche costituiscono un passaggio essenziale per assicurare la coesione delle comunità ferite. Da sotto le macerie l’Appennino chiede a gran voce la protezione di tutte le fragilità che lo hanno sempre tormentato. Questa è la vera strada da seguire per la ricostruzione, in prospettiva del riassetto delle Regioni e del patto di stabilità, concetti da rivedere ed esaminare con attenzione, quell’attenzione che a Roma si perde davanti ad un piatto di bucatini. Dobbiamo mettere in atto strategie condivise a sostegno della montagna, dotarne i luoghi di infrastrutture compatibili con l’ambiente, se si vuole salvare la gente dall’isolamento e la montagna dallo spopolamento. Ricostruire non serve se non impariamo a guardare l’Appennino con altri occhi, a compensare, per esempio, i costi aggiuntivi e i mancati redditi che interessano le sue superfici forestali ricadenti nei siti protetti e nei parchi. Soccorsi i sopravvissuti, seppelliti i morti, ricostruiti i paesi non avremmo risolto nulla se le politiche di compensazione non saranno attuate. Dobbiamo tutta la nostra gratitudine alla gente di quei paesi che (nell’interesse comune) ha compreso la necessità di sostenere il ripristino, il mantenimento, il miglioramento della biodiversità naturale e agraria e del paesaggio appenninico. Un altro nodo da sciogliere è come la protezione ambientale e vincolistica potrà concorrere con l’innovazione e con un reddito di sussistenza. Ecco perché non basteranno nuove case, contribuiti e agevolazioni fiscali, se prima non avremmo lavorato sulle consapevolezze e sulle responsabilità che ognuno dovrà mettere in campo, senza attendere che queste si formino solo là dove il mostro ha già colpito. Senza farsi confondere dalla sfigata retorica del giornalismo fai da te, che costituisce il piatto prelibato degli stolti cresciuti sui social, asserviti nemmeno loro sanno a chi e a che cosa.


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