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La città si confonde, si allarga a macchia d’olio, fermenta verso tutte le possibili periferie, mentre l’occhio buono, schivo e riservato, di Lanfranco Radi accarezza i palazzi, le case e le vie, immagina il loro passato, avverte l’anima consumata del tempo che avvolge gli edifici, passa in rassegna la pelle degli intonaci, concepisce progetti nella speranza di un plausibile futuro. Dopo dieci anni dalla scomparsa di Franchino gli scenari sono totalmente cambiati. Ci accorgiamo di abitare spaesati, sentiamo la mancanza di qualcuno capace di prendersi cura dei luoghi, non solo attraverso la tecnica e il calcolo scientifico, ma tramite una disposizione operosa del cuore; qualcuno che li lasci essere – i luoghi – che ne sorvegli la secolare fragilità. Nel decennale della morte di questo abbagliante spirito umbro (1932-2006) giunge puntuale la fase celebrativa, anche se il miglior modo per celebrarlo sarebbe stato quello di rispettarne l’eredità. Il Comune di Foligno dedica al generoso utopista la mostra “Caleidoscopio Naturae”, arricchita da un catalogo (edito da “Il Formichiere”) curato da Michela Morelli, in cui Fabio Marcelli delinea il profilo dell’uomo, descrivendolo nel contesto in cui il suo genio s’è evoluto e ha operato. La mostra di Palazzo Trinci (patrocinata dall’Accademia di Belle Arti di Perugia, dall’Accademia Fulginia, dalle associazioni Orfini-Numeister e Nemetria) rimarrà aperta fino al 18 settembre, per testimoniare a quanti non hanno avuto la fortuna di conoscerlo, che egli era un geniaccio schivo e riservato dalle capacità inarrivabili. A partire dagli anni Sessanta si dedicò con costanza e apprezzabili risultati alla pittura. Poco prima di conseguire la laurea in architettura abbandonò gli studi per praticare i suoi talenti, che mal si conciliavano con i dogmi accademici. Si fece apprezzare come designer eclettico, formidabile artista, botanico autodidatta, umorista e vignettista capace di sorvegliare la fragilità dell’esistere. Consapevole che in greco antico il sostantivo “ethos” significasse “casa”, coniugò i principi etici ed estetici del progettare, del costruire, del preservare; coltivò intensi rapporti con gli ultimi artigiani, entrò in simbiosi con le maestranze disponibili all’apprendimento. Nel 1963 ripristinò la scala gotica di palazzo Trinci e gli appartamenti di Costanza, da lui riscoperti sotto sovrastrutture stratificatesi nei secoli. Nel 1997 pubblicò, insieme al figlio Lorenzo, “Foligno in particolare – elementi tipologici dell’edificazione storica” imprescindibile ausilio per quanti operarono nella ricostruzione del patrimonio edilizio del dopo terremoto. Siparietto. Ve ne fossero di professionisti capaci di posare il loro pensiero sulla vicenda complicata e controversa dell’abitare. Radi fu maggiordomo della sua città, la conobbe a fondo, se ne prese quotidianamente cura, visse in simbiosi con lei, con la giusta leggerezza senza mai assumere atteggiamenti autoreferenziali. Nel 1959 inventò HumorFest, manifestazione di spessore internazionale che la cecità – e la mancanza di spirito – degli amministratori che vennero dopo ha mandato alla malora, senza comprendere che il suo ideatore era riuscito nel difficile compito di convogliare a Foligno le matite più sagaci del tempo su temi di scottante attualità. Ma forse il merito più rilevante fu quello di aver concepito nel 1967, a Palazzo Trinci, la mostra “Lo Spazio dell’Immagine”, esposizione di livello mondiale ispirata dall’amicizia con Dino Gavina, che nel 1960 aprì a Foligno una delle fabbriche più importanti di mobili di design, all’interno della quale Radi frequentò Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Kazuhide Takahama, Lucio Fontana, Ettore Colla, Giuseppe Capogrossi e Gino Marotta. Oggi andrebbe orgoglioso di questa retrospettiva concepita nel nobile intento di esibire qualcosa di buono, di generare il miracolo di una particella minima di riscossa collettiva, in cui fermentino germi di salvezza universale. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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