554 views

In cima al gibboso Catria fioccavano bestemmie. Ma né il Padreterno né S. Antonio se la presero a male. Non è giusto prendersela contro quella robusta gente, capace di caricarsi a braccia un faggio e trasportarlo per chilometri da lassù fino ad Isola Fossara. Domenica l’aria era quella dell’autentica fatica, ma anche della disponibilità d’animo che ci fa amare Dio per sé e il nostro prossimo per amore di Lui. Verrebbe da chiedersi: quale Dio? Forse un’imprecisata divinità venerata e contemporaneamente oltraggiata dalle divampanti imprecazioni degli uomini. T’accorgi allora che la liturgia supera in bellezza l’architettura verde, scavalca il paesaggio appenninico, ridicolizza ogni cerimonia sacra rappresentata sulla terra. T’accorgi che anche il maschio sacrificio di una pianta (il giorno di S.Antonio, sarà issata sulla piazza del paese in Comune di Scheggia Pascelupo) è passione autenticamente religiosa. E’ devozione montagnola che non attinge dai disciplinari di una confraternita, ma dall’idea elevata dell’esistere. La presenza del Santo aleggiava, come accade sempre in questo genere di rievocazioni. Accompagnava il faggio giù dai ghiaioni e per i boschi, lo cullava da Pian d’Ortica a Pass’i Catria, lo sosteneva dalle Balze degli Spicchi alla Balza dell’Aquila, tenendolo saldo all’“ingarro” per non farlo spaccare durante la discesa a precipizio. L’inconfondibile simbolo fallico – all’origine dei Ceri di Gubbio – scivolava giù, s’impuntava e – devoto a Priapo – rimaneva indenne lungo il percorso accidentato. Incuranti di farsi venire un’ernia i fedeli lo sollevavano con le manovelle liberandolo dal fango. Procedeva fino al paese dove, imponente e salvifico, lunedì prossimo feconderà la terra penetrando l’antica buca, intorno alla quale le cose e gli uomini più diversi ritroveranno la loro essenza comune. Al termine del percorso lo attendevano i vecchi; e poi io, quale ospite faticosamente tollerato, visitatore guardato con sospetto, omuncolo, tra i giganti, ammesso al rito a patto di non arrecare intralcio. Per un attimo ho avuto la falsa impressione che il vero Cristianesimo fosse blasfemo. Mi sbagliavo, considerata la persuasiva adorazione con cui quella gente invocava il nome del suo Santo. Mi sono sentito alleggerito dai miei peccati quando al termine di un’orazione seguita da uno squillo del corno la pianta fu liberata giù per il dirupo. Come in un lungo fermo immagine, tutti si raccolsero in religioso silenzio per ascoltare il rumore del tronco che precipitava tra gli alberi e le rocce. Un silenzio dilatato, portato all’esasperazione, segnato solo dal rumore delle frasche strappate alla montagna e del terrisco franato sotto la sferza del lancio. Ho capito allora che quel sacro silenzio valeva più di mille Rosari recitati, perché combinava in una sorta di sincretismo religioso i riti primordiali degli Umbri con la sublime religiosità del Cristianesimo autentico. Una quiete assoluta e prolungata, fu sufficiente ad assolvere i presenti dalle orrende bestemmie pronunciate durante la sfacchinata. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


Copyright 2011 Limpiccione.it