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La passione popolare non è soltanto un geroglifico bizzarro posto in capo ad una pergamena. Non è un retaggio del passato o un freno inibitore a danno del progresso umano. Manifestazioni di popolo come i Ceri, le Gaite, il Calendimaggio, la Giostra dell’Anello e della Quintana contribuiscono a rinsaldare i legami tra la gente, a scavare tra i detriti del nostro tempo maltrattato, a recuperare i valori dell’uomo, a creare spazi condivisi, sottraendoli ai non luoghi (secondo l’accezione di Marc Augè) agli interessi della malavita, al traffico di stupefacenti e dell’illecito. Il comune sentire e la disponibilità all’aggregazione contribuiscono a tenere a bada l’illegalità. Ci lamentiamo della mancanza di sicurezza delle città, senza essere in grado di ricucirne il tessuto sociale. In questi giorni abbiamo visto brillare, come gemme limpidissime, gli occhi della tumultuante gente “De Sopra” mentre davanti al Tempio della Concordia riceveva il palio del Calendimaggio. Sale la febbre per i Ceri, che domenica saranno portati in spalla dalla orgogliosa comunità eugubina. A giugno toccherà al Mercato delle Gaite. Eppure s’è detto e s’è scritto, nei giornali e sui social, che nel 2016 non ha più senso rievocare tornei cavallereschi, duchi Longobardi, vescovi bellicosi, conti franchi, canonici violenti, soldatacci di ventura, podestà, monaci, artigiani, belle e fragili figure di dame in estasi per una proposta d’amore. Stando al consiglio di certi saggi (sempre animati da rancori di parte) le manifestazioni storiche non sono che la prova del provincialismo di chi le organizza e vi partecipa. Non è invece provinciale, perché riecheggiante il respiro della metropoli, spinellarsi sotto il palco di un concerto Jazz o sbafare cioccolatini da una bancarella. Siparietto. Che gente stravagante questi umbri che si ostinano a celebrare il loro passato, considerando che sul futuro non ci possono contare. C’è qualcosa che non convince di questo ragionamento. Qualcosa che insospettisce e rimanda agli spietati rimproveri contro l’iniziativa di Perugia 1416. A noi non sembra corretto desumere il provincialismo dall’adesione ad una manifestazione in costume, ma semmai dalle aspettative mal riposte di ergersi a ciò che non si è e mai si diventerà. Come insegnano le recenti bocciature in tema di capitale della cultura. Il provincialismo si desume dalla carenza di politiche in grado di inserirci nei circuiti del paese, dall’inefficienza di un aeroporto che non si vuole salvare, dalla mancanza di un’autostrada o di una ferrovia che ci colleghi con il mondo. Difettando di tutto questo non ci resta che attendere con ansietà le festività legate al Maggio. Come quelle di Assisi o di Gubbio, che quantomeno nel corso dei secoli hanno dimostrato la capacità di rompere il coprifuoco al suono delle campane delle torri. Chi ci governa da anni (troppi), ai secolari e antiquati riti del Maggio ha saputo opporre soltanto i riti di Collestrada, di Ellera e della multisala di Centova. L’anonimo ne ha ricavato l’ennesimo sonetto: “Ma che Quintana! che Calendimaggio!/ Ma che Gaite! Che Giochi delle Porte!/ Tutte memorie storiche distorte!/Di tempi andati un misero retaggio!/ Per far cultura occorre del coraggio,/ qualcosa di più sano e di più forte!/Altro che rievocar le cose morte!”Diceva un cattedratico assai saggio./ Timidamente giorni fa gli ho detto:/ “Maestro, gradirei la sua opinione:/ lei come nutre il ben dell’intelletto?”/ La sua risposta è stata puntuale:/ “Io seguo i quiz alla televisione/ e mi trastullo al centro commerciale”. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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