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C’è un’Umbrietta sorniona che non vuol dare sull’occhio. Un’Umbrietta che con la buona stagione si risveglia nei casolari graziosamente ristrutturati, nelle aie assoggettate a tutela, nei confortevoli fienili dove i pianoforti contendono lo spazio ai trattori in disuso. E’ l’Umbria che rifugge dalle piazze ammorbate di fritto, dalle ammucchiate degli eventi, dalle sagre prive di significato. Così saggia da riconoscere che l’esistenza non è una complicazione; così indipendente da concepire la separazione dal resto della regione; così sapiente da discernere che la vita non tende necessariamente a un traguardo. Fu quel raffinato intellettuale di Bruno Toscano ad accorgersi che la quintessenza di quest’Umbria – riparata dalle siepi e dai muri di recinzione – si concentrava in agro martano. Da qui l’idea del professore di promuovere una riflessione sul tema artista/luogo, culminata con la mostra collettiva “Ateliers dei Monti Martani”, in cui sono state esposte le opere di Laura Barbarini, Stefano Di Stasio, Giuseppe Gallo, Paola Gandolfi, Robin Heidy Kennedy, Cesare Mirabella, Marco Tirelli e Claudio Verna, artisti di fama internazionale stabilitisi in quella enclave; come del resto vi si sono stabiliti Bruno Ceccobelli, il coreografo Lindsay Kemp e Beverly Pepper, che concepisce sculture monumentali sulle colline di Todi. Sul versante montefalchese – nascosta alla vista delle auto che percorrono la strada regionale 316 – c’è Helga Brichet, botanica di fama internazionale, che a Santa Maria in Portella coltiva la più importante collezione d’Europa di rose cinesi. Non è finita qui. Domenica pomeriggio a Saragano, nella casa di Carlo Clerici, degna del set di un film di Bertolucci, s’è esibito davanti a pochi amici il bluesman Andy J. Forest. E’ questa l’Umbria Felix che vale la pena raccontare. Non per insulsa superbia di chi ha la fortuna di praticarla, né per fare rabbia a chi non arriva alla fine del mese. Perché è giusto che quello che succede sotto il cielo di questa insolita regione lo sappia l’impiegato del mattatoio, che porta il cane a mingere ai giardinetti per evitare che gliela lasci in casa. Che lo sappia anche la badante mentre passeggia col suo badato, domandandosi chi sarà l’ospite di Fazio della prossima settimana. Umbria delle mie brame chi è (tra i tuoi figli) il più sfigato del reame? Mica tutti possono accedere ad un concerto blues dove la “Mood Band” di Foligno fa la sua porca figura accompagnando Andy J. Forest (che ha suonato con B. B. King, James Cotton e Filippo Battoni, mica con Fausto Papetti). “Mi hai regalato il giorno più bello della mia vita” urla commosso Augusto Arcangeli – illuminato signorotto di campagna – al bluesman plurinominato ai Best of the Beat Awards. Siparietto. Perché quest’Umbrietta piace agli artisti ancor più della Toscana? Non sarà mica per via della porchetta di Grutti. Forse attrae perché dietro quelle siepi risiede l’ultimo anelito crepuscolare dell’italica borghesia, quella che rifiuta l’etichetta di “sinistra al caviale”, pur concedendosi un tenore di vita in contraddizione con le ideologie che professa sui social. Un anelito tanto più forte quanto più s’è confuso con il riscatto dei mezzadri favorito dalla sovranità popolare. O forse piace perché la sua gente si rifà a quei passati impulsi dei popoli Italici, poveri ma culturalmente attrezzati. O forse perché la sua rappresentazione supera ogni porta, attraversa i corpi più opachi, affiora nei territori più impensati, si lascia implicare nelle materie più diverse: un’immagine che nessun processo involutivo, che pur giunga ad insidiarla, riuscirà mai ad offuscare. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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