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Ci voleva un ficcanaso come Stefano Cimicchi per ripescare dal dimenticatoio Muzio Cappelletti, nato nel castello di Allerona e vissuto a metà del ’500. Insieme agli storici Maria Teresa Moretti e Claudio Urbani, Cimicchi ha pubblicato per i tipi di “Macchia Alta Editore” un’avvincente resoconto sulla vita dell’emerito orvietano, dedito all’esercizio della mercatura itinerante in Oriente e nel Nord Europa. Altri tempi, altri uomini. La sua vicenda somiglia a quella di Brunello Cucinelli, ma ancor di più a quella del “Mercante di Venezia” di Shakespeare. Gli autori hanno attinto informazioni dalle cartapecore rinvenute nell’Archivio di Stato dei Frari, proprio nelle vicinanze della Basilica di Santa Maria Gloriosa, le cui donazioni del munifico orvietano impreziosirono i diciassette altari monumentali, custodi di innumerevoli opere d’arte, tra cui quelle di Tiziano. Leggendo il libro sorge il sospetto che la città della Tuscia abbia qualcosa in comune con la Paperopoli di Paperon De’ Paperoni. Non a caso viene da Orvieto Giancarlo Parretti, il cameriere che acquistò – si fa per dire – la Metro-Goldwyn-Mayer grazie al miliardo di dollari preso in prestito da una filiale olandese del Crédit Lyonnais. Tuttavia i soldi di Cappelletti furono soldi veri – come quelli di Cucinelli, del resto – e soprattutto l’intrapresa non finì con un crac, stando a quello che scrivono Cimicchi e compagni (dove il sostantivo deve intendersi “compagni di belle lettere” e non in riferimento al partito di cui Stefano fu fulgido esponente). Il cerebrale Cimicchi oggi è più incline alla rigenerante cura dell’olivo e della vite, che pratica nel suo agrisalotto di Castelviscardo, luogo più gratificante di certa politica smandrappata praticata dalle nostre parti. Siparietto. Il libro offre un panorama interessante per le molte curiosità che ricordano agli orvietani la fitta rete di relazioni tra l’ambiente economico sociale della città e quello romano. La sua lettura costituisce un ammaestramento in tema di economia mercantile intrecciata con i benefici a favore di quelle comunità e certi principi religiosi, il cui rispetto avrebbe dovuto assicurare al Cappelletti (si spera) la salvitudine dell’anima. A noi il libro suscita un deprimente interrogativo. Dove sono finiti gli umbri la cui ascesa finanziaria si coniugava con l’etica e la solidarietà? Il pensiero vola a Brunello Cucinelli, che per scamparsi l’anima restaura a proprie spese l’Arco Etrusco, realizzando una miracolosa collaborazione tra pubblico e privato. È accaduto lo stesso con “Montefalco nel Cuore”, il progetto che grazie al Consorzio del Sagrantino ha permesso il restauro della Pala di Benozzo Gozzoli conservata nei Musei Vaticani. Che facciano santa anche la Tesei? Muzio Cappelletti fece molto di più. Erogò ad Orvieto un prestito di 8.000 scudi che costituì per tre secoli, insieme ai lasciti complessivi, l’elemento portante del sistema culturale della città. Anche allora il Comune versava in pessime condizioni finanziarie, tanto che di quegli ottomila scudi non restituì al mutuante i giusti interessi. Stefano Sherlock Holmes ha rinvenuto una cartapecora comprovante che il tesoriere incaricato a pagare il debito fuggì con la cassa. Corsi e ricorsi storici. Per rabbonire l’infuriato Cappelletti – che avrebbe voluto devolvere la somma ad altrettante opere di carità – il Governo orvietano dovette riconoscergli la cittadinanza onoraria. Egli l’accettò, senza mai rinunciare al marchio alleronese, come al solito decisivo all’ombra della Rupe. Cimicchi “pro domo sua” ha voluto rammentarcelo rievocando la figura del suo compaesano di Allerona. In fin dei conti si può fare politica anche rispolverando scartafacci. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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