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I contadini dell’Italia di Mezzo sono i veri disertori della vanga, i discendenti (prêt-à-porter) dei mezzadri che hanno scritto la storia dell’agricoltura. Dalle nostre parti la zolla ancora esercita il suo fascino. Ne costituisce prova la rassegna agricola di Agriumbria a Bastia, che pur difendendo i valori della tradizione si pone all’avanguardia della più recente tecnologia del settore. Nella tre giorni, appena conclusa, di esposizioni e convegni si è parlato di zootecnia, agricoltura e alimentazione. Una variegata moltitudine di contadini (con deferenza parlando) ha acquistato e scambiato bestiame, concordato incroci e monte taurine e scalato i giganteschi trattori della John Deere da cento e più mila euro. Abbiamo visto l’acquolina in bocca dei visitatori davanti alle modernissime mietitrebbie, alle innovative attrezzature per la fertilizzazione e la distribuzione di pesticidi. Abbiamo scoperto allevatori eccitarsi al cospetto delle chiappe di premiate razze chianine; sbavare dietro gli stazzi delle pecore sopravvissane; suonare campanacci, testare mungitrici automatiche, tastare prudentemente le gonadi dei più agguerriti montoni. Mentre i papaveri di Confagricoltura staccavano assegni per acquistare trattori, gli altri agricoltori – per non tornare a casa a mani vuote – recavano in mano cartoni pigolanti di pulcini. Siparietto. Gloria all’umanità esiodea, scarpe grosse e cervello fino! In questo mondo, che procede al contrario, il contadino gioca ancora il suo ruolo con ruvidezza e furberia, nonostante le insormontabili difficoltà. Perché la terra manda in rovina, ma alla fine preserva tutti dalla fame. La vicenda agricola umbra è caratterizzata da periodi di sviluppo e fasi regressive, da innovazioni e stratificazioni storiche. Viviamo in un contesto intrecciato di vecchio e di nuovo, sullo sfondo di un paesaggio cosparso di ombre del passato, carico di relitti e impronte del tempo. Sebbene l’Italia di Mezzo abbia perso i suoi marcatori – che mostravano una storia paesistica antica, articolata e mutevole – rimane Agriumbria con la sua umanità contadina ferita; forse la migliore disponibile sulla piazza, a ricordarci l’endecasillabo dialettale del Belli che scrive all’amico Giacomo Ferretti: “Scastagnamo ar parlà, ma aramo dritto”. Mai sonetto fu più calzante all’onesta società contadina, lontana dalle contese politiche, sempre alle prese con i problemi ricorrenti, che ne dicano le associazioni di categoria. Un’umanità che può sembrare becera e sanguinaria, crudele e insensibile agli sciocchi, i quali si dichiarano capaci di compiere – beati loro – atti di giustizia, ubbidendo ai sentimenti; gli sciocchi che biasimano chi sgozza capretti e scanna maiali. Niente è più pericoloso della commozione, specialmente quando diventa strumento di legge. Leone XIII diceva: «Finché siamo commossi, non possiamo far nulla di bene». Ecco la vera rappresentazione del ridicolo: quella del popolo sovrano che regala regni ai dittatori (a qualcuno fischiano le orecchie?) e ruba i polli, ma senza tiragli il collo perché gli fanno compassione. Lunga vita ad Agriumbria, alla ciccia promessa e alla capacità dell’uomo di arare dritto, in barba al languido desiderio dei falsi profeti, capaci solo di farci uscire dal solco. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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