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Una rievocazione in abiti rinascimentali getta nella costernazione Perugia. Le corrono in soccorso una manciata di intellettuali, chiamati a difesa dei suoi imperituri simboli, compresa la caramella Rossana. Il fenomeno è così stimolante che andrebbe interpellato il sociologo. L’iniziativa della Severini, giusta o sbagliata che sia, ha ridestato gli ardori della città che da sempre aspira – specialmente a parole – ad una dimensione internazionale. Insomma s’è aperta una questione di blasone giocata sulla pelle della Vispa Teresa, a cui è venuta la disgraziata idea di rievocare la Perugia di Braccio da Montone. I frequentatori dei salotti perugini – gli stessi che fanno a spintoni per visitare il Mercato delle Gaite – hanno prenotato i ristoranti del mare. Ma i pochi che rimarranno in città già iniziano il conto alla rovescia per il lancio delle uova marce. Sebbene non ci siano più i Biordo Michelotti di una volta, a distanza di seicento anni dalla Caporetto braccesca potrebbe presentarsene un’altra. Sarà indetto un referendum per risolvere una faccenda di cotanta importanza? Piuttosto non ci convince la questione del provincialismo. Non fosse altro perché – provincialismo per provincialismo – a dare risalto all’idea della Severini (che sarebbe passata inosservata quanto una trovata della proloco) fu proprio l’accanimento dei suoi detrattori, solitamente defilati quando necessita affrontare questioni di maggior spessore. Se il dileggio sia vano o di qualche utilità si vedrà più avanti. Il tempo è galantuomo. L’ostilità, per dirla alla Fantozzi, sembra un filino eccessiva. Sicuramente è controproducente. Non fosse altro perché innesca un “Braccio” di ferro tra contrapposte fazioni: a proposito di larghe vedute! Come eccessive suonano certe frasi ad effetto, buttate là tanto per dimostrare che nei periodi di crisi ci s’inventa il passato al solo scopo di distogliere la gente dal presente. Suvvia, l’attuale amministrazione non s’è mostrata poi così imperiosa. Non fosse altro perché fino ad oggi s’è mossa entro i limiti consentiti dalla sua risicata e inattesa ascesa al palazzo. Sebbene siano in parte condivisibili i rimproveri mossi all’iniziativa i complottisti sono scivolati sulla proverbiale buccia dell’inconscio; o meglio, incappati in un rosicamento freudiano, comparabile – questo sì – al provincialismo di maniera. Perché mai la Severini avrebbe dovuto inventarsi il panem et circenses? Per distrarre la gente dalla crisi generale che investe a diversi livelli (e certamente non per colpa sua) le istituzioni di questa regione? Siparietto. Sono stati scomodati studiosi più o meno locali e politici più o meno a riposo per demolire un’iniziativa che avrebbe fatto parlare ben poco di sé. Questi disinteressati intellettuali avrebbero potuto farsi vivi un paio di anni or sono, tanto per non faci perculare da Matera. L’opinione pubblica, non solo perugina, ne ha le tasche piene di questa disputa provinciale. Suggeriamo all’ideatrice dello scempio di abbandonare la brillante idea di mettere in piazza tanta rievocata peruginità. Basterebbe un tweet di quelli che lancia ogni mattina Matteo Renzi per allietare i nostri risvegli. Oppure un’inserzione su Facebook: “l’evento che doveva tenersi l’11 e il 12 giugno è stato cancellato per manifesta avversità storica, ideologica e ambientale”. Salvo poi rimanere in speranzosa attesa delle democratiche (quindi non piovute dall’alto) proposte circa le iniziative da realizzare per rilanciare la Vetusta, prendendo le debite distanze dalle arretrate quanto folcloristiche città umbre. Perlomeno su quest’ultimo obiettivo i perugini sono tutti d’accordo. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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