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Noi umbri soffriamo la distanza dalle istituzioni. Con mortificazione avvertiamo il limitato potere decisionale nelle vicende che contano, piangendoci addosso. Eppure l’Umbria ha ricoperto un ruolo determinante nella storia del Paese. Quel che ci manca è la piena coscienza delle nostre radici culturali. Ci manca anche la prepotenza dei romani, l’impudenza dei toscani e la sicurezza dei marchigiani. La nostra regione si trova al centro dell’area in cui è fermentata la civiltà italiana, quella che ha imposto la sua cultura al resto dell’Europa. Sarà forse a causa di una inadeguata formazione culturale che abbiamo perso la capacità di comprendere i nostri caratteri, quella di raccontarci e di organizzarci all’interno di un determinato ambiente naturale e di servirci delle risorse intellettuali. Abbiamo smarrito i nostri punti di riferimento, che furono – solo per citarne qualcuno – Vittoria Aganoor Pompilj, Achille Bertini Calosso, Uguccione Ranieri di Sorbello, Luigi Pianciani, Filippo Silvestri, Agostino Mattoli, Ciro Trabalza, Aldo Capitini, Arnaldo Fortini, Carlo Pietrangeli e Giuseppe Ermini. Ben ci sta se ci hanno relegati dietro la lavagna, per non aver saputo attingere consapevolezze dal ruolo svolto nella storia, quando quest’Italia di Mezzo rielaborava la classicità con la modernità e svolgeva con autorevolezza la sua funzione europea, partecipando ad un urbanesimo nuovo e rivoluzionario. La vicenda della regione è ancora contrassegnata da momenti diversi, pur nella continuità ed uniformità di motivi che rivelano lo stretto intreccio tra presente e passato. Abbiamo cresciuto i nostri figli nella ignoranza della storia avita, ma anche in quella della più recente fase di modernizzazione e di industrializzazione. Oggi gli umbri non sono al corrente delle motivazioni sociali e politiche per cui il benessere, impostosi sulle rovine della mezzadria, si è manifestato in ritardo. Anche questa è mancanza di comprensione culturale. Non siamo stati capaci di capire che l’industrializzazione si sarebbe dovuta innestare sul nostro prestigioso artigianato, che aveva le sue matrici nella città medievale. Per uno strano scherzo del destino lo hanno capito a Bevagna, venticinque anni or sono: da qui il successo delle Gaite. Le consapevolezze culturali sono state affidate più alla volontà e alla genialità degli uomini, che non ai mezzi e alla organizzazione di una cabina di regia istituzionale. Siparietto. Gira che ti rigira spunta di nuovo Perugia 1416, la ingiustamente vituperata manifestazione in costume. Nelle rievocazioni (i pretesi filologi se lo scolpiscano in testa) confluiscono sentimento della tradizione più o meno consapevole, reattività competitiva, forte risonanza del blasone municipale, richiamo turistico, sebbene gestiti nel modo consumistico attuale. Tali manifestazioni si rifanno ad epoche così remote che ai puristi potrebbero sembrare senza senso, perché raramente autentiche nel loro anacronismo. Non tutte riescono fedeli al rituale originario, nonostante lo scrupolo rievocativo. Nondimeno ci sembra cosa tracotante, sterilmente spocchiosa, liquidarle con l’etichetta di inutili e provinciali. Per non fare offesa alla storia e alle comunità che le hanno partorite. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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