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L’uomo desidera ciò che non possiede e distrugge quello che di prezioso lo circonda. L’olivicoltura tradizionale – per intenderci quella praticata in Umbria – ha i giorni contati. Gabriele D’Annunzio sì che la sapeva lunga in tema di “Olio con sapiente arte spremuto / dal puro frutto degli annosi olivi / che cantan – pace! – in lor linguaggio muto / degli umbri colli pei solenti clivi/”. E adesso cominciate ad orecchiare i nomi delle cultivar che andranno a formare i nuovi oliveti: Arbequina as-1, Arbequina irta i-18, Arbosana i-43, Koroneiki i-38, Sikitita e Tosca 07. Sembra di stare a leggere un componimento matasemantico, come quello de “Il Lonfo” che “non vaterca né gluisce / e molto raramente barigatta, / ma quando soffia il bego a bisce, / sdilenca un poco e gnagio s’archipatta” (Fosco Maraini da “Gnosi delle Fanfole”). Tutta un’altra poesia, priva di ogni romanticismo, paragonabile alla coltura olivicola intensiva, che presto si sostituirà alla bellezza, all’onestà e all’intelligenza dei nostri Moraioli. I costi di mantenimento, superiori ai ricavi, porteranno all’abbandono degli uliveti tradizionali che ornavano le colline, magnificando la visione maestosa di Assisi e quella aerea di Campello. L’uliveto umbro ha iniziato la sua discesa verso l’abbandono. Eppure il valore dell’olio ricavato dai vecchi impianti non diminuisce proporzionalmente con l’aumento dell’offerta. Il valore va ricercato proprio nella scarsità del prodotto ricavato da olive raccolte in un determinato modo, solo in determinati terreni e da piante autoctone. Il presupposto del collocamento di quell’olio sul mercato è rappresentato dalla massima valorizzazione del dato antropologico: è buono perché è unico. E’ unico perché è percepito come tale. Siparietto. Non ci persuadono le argomentazioni sulla migliore redditività della coltura intensiva rispetto ai sistemi tradizionali. Ostinarsi a cogliere a mano le olive sulle Coste di Trevi o sulle terrazze di Spello non è da stupidi, come qualcuno ha detto. Semmai si tratta di quella “cara stupidità” a cui in fondo si rivolge il vero, lo spontaneo, il duraturo amore dell’uomo. La magnanima “stupidità” dei padri che andrebbe messa a profitto, se non fosse per l’incapacità dei figli. Le valli nebbiose del Tevere, della Maroggia e del Topino presto pulluleranno (per la gioia dei mescolatori) di ulivi Arbequina, Arbosana e Koroneiki, nella stupida (questa sì) speranza di poter fare concorrenza agli spagnoli, ai greci e ai tunisini, l’olio dei quali costerà sempre qualche centesimo in meno. In mancanza di una legge sulla tracciabilità totale, che non si è voluta fare, solo chi s’è bevuto il cervello – o ha interessi personali – auspica che l’olio sia ridotto a commodity. Stupido è offrire l’olio sul mercato come fosse un prodotto fungibile, senza differenze qualitative, al pari del petrolio o di un metallo. Il vero rischio non è il dumping con l’olio tunisino, ma che vinca il modello globalizzante, una volta svilito il suo contenuto culturale e identitario, depauperato il valore economico di una cospicua eredità. Per ragionare di elementari principi di economia politica mica c’è bisogno di aver fatto le scuole alte. Basta non accodarsi alle dissennate valutazioni di politica agricola che considerano l’extravergine come valore di scambio e non come valore di utilità. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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