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Non v’è soluzione di continuità nella fascia pedemontana ulivata che da Spoleto va fino ad Assisi. L’insieme dei suoi elementi la rende unica al mondo. La componente paesaggistica si fonde perfettamente con quella antropica a cui è demandata la cura delle strade poderali, degli impianti a ciglioni, dei terrazzamenti a lunetta e dei muretti tenuti in piedi dal faticoso governo sui terreni, sui coltivi e sulle pertinenze. In Umbria resistono enclave dove la ricchezza della natura è ancora sorretta dall’opera agronomica dell’uomo, che ne difende la sopravvivenza. I Comuni di Assisi, Spello, Foligno, Trevi, Campello sul Clitunno e Spoleto, al fine di tutelare il loro patrimonio ambientale e storico-artistico e di incrementarne il potenziale attrattivo, si sono accordati per iscrivere la fascia ulivata nel Registro Nazionale del Paesaggio Rurale delle Pratiche Agricole e Conoscenze Tradizionali, con il dichiarato intento di proporre la sua candidatura al patrimonio dell’Unesco. Purtroppo sono già molte le chiuse abbandonate e i muri sbriciolati. Oggi gli ulivi li piantano in pianura, esposti alle nebbie e alle gelate, per meglio coltivarli con i sistemi meccanizzati. C’è anche chi li pianta al centro delle rotatorie, alla maniera di spettrali cimeli di una perduta identità. Ma questa è un’altra storia, che non ha nulla a che fare con il comitato promotore della candidatura. Cosa fare perché i fattori che regolano la vita degli ecosistemi, dei paesi, della viabilità e degli insediamenti geoantropici non siano definitivamente cancellati? Prendiamo ad esempio le Cinque Terre, modello di insieme edilizio, architettonico, tecnologico e di paesaggio che illustra un passaggio significativo della storia umana. Si definisce “paesaggio vivente” quello in grado di mantenere un ruolo nella società contemporanea, in stretta associazione con i modi tradizionali di vita e nel quale il processo evolutivo è attivo, grazie all’equilibrio tra natura e attività umane. La Valle Umbra risponde ancora ai criteri di integrità e autenticità, che si manifestano nei caratteri di specificità e nelle componenti distintive delle forme di paesaggio agrario caratterizzato dall’insediamento rurale? Forse sì, ma solo se considerata nella sua interezza. Fino a qualche anno fa noi umbri trovavamo nel paesaggio agrario la nostra identità, il nostro nesso con la vita e con i valori da salvaguardare. Ammesso e non concesso che il consumo dei suoli, le infrastrutture debordanti e la speculazione edilizia non abbiano lasciato i loro segni sulla bellezza dell’insieme, c’è ancora un aspetto da limare nella lodevole iniziativa di Bernardino Sperandio e compagnia bella (di sindaci). Iniziativa che tuttavia non dimostra – spiace dirlo – un elevato grado di predittività. Che senso ha affettare in due la Culta Valle? Forse gli ulivi di Montefalco, Castel Ritaldi, Giano dell’Umbria, Bevagna, Gualdo Cattaneo, Cannara e Bettona non sono degni di configurarsi all’interno del processo inclusivo in cui il territorio ulivato è stato posto al centro della proposta? E’ la Culta Valle, nella sua interezza, la Valle Spoletana di Francesco, il solo e indivisibile punto di riferimento per chi abbia a cuore la progettazione ambientale, la pianificazione turistica e territoriale di questa fetta di regione. Perché il disegno possa auspicabilmente decollare, signori sindaci, dovrà avere un maggior respiro, coinvolgere tutti i possibili portatori d’interesse. In fin dei conti San Francesco, che di natura se ne intendeva più di voi, predicò agli uccelli da Piandarca, proprio dalla parte opposta della fascia pedemontana. Circostanza non marginale, che unita a molte altre (non staremo qui a ricordarle per non offendere l’intelligenza di nessuno) può meglio concorrere a un riconoscimento internazionale così importante. Allargate il gioco sull’altra fascia, promotori. Prima che sia troppo tardi. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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