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Gli spoletini sono stati conquistati dall’euforia al cospetto del prete investigatore. Gubbio, che Don Matteo lo tenne al battesimo, seppe mantenere un minimo di contegno. E’ a tutti nota l’atavica diffidenza di quegli antichi Umbri, che a smuoverli ci vuole ben altro di una fiction tivvù. Il Comune di Spoleto ha espresso gratitudine e riconoscenza a Terence Hill, manco fosse il maestro Menotti, consacrandogli la mappa cittadina chiamata “Il Tour di Don Matteo”. Del resto non è cosa di poco conto sbancare l’auditel televisivo, per una città colpevolmente dimenticata dal resto della regione. E non è il caso di fare gli schifiltosi davanti al capitano Tommasi, al maresciallo Cecchini e al comico Dario Cassini nelle vesti di un pubblico ministero spoletino. Tuttavia a noi che, per raggiunti limiti di età, siamo incapaci di guardare avanti, ci assale la nostalgia per una Spoleto che non c’è più: quella delle straordinarie rappresentazioni teatrali e operistiche allestite dal Festival dei Due Mondi. Non se ne abbiano a male quanti hanno partecipato – con spirito più tribale che gregario – alla cena di massa a pagamento per omaggiare il cast e la troupe di Don Matteo, che si è svolta in un ristorante con ampio parcheggio e personale in livrea. Ben vengano i pullman dei fans, i pacchetti turistici, le proposte di soggiorno e le pagine di Facebook. Ma, a proposito di cene, vogliamo ricordargliele agli spoletini le serate a casa Menotti alla presenza dei capi di Stato? Eventi ristretti, tuttavia allargati al mondo che contava, radunato intorno a quell’uomo ricercato e irriverente che, inventando il Festival dei Due Mondi, dette prestigio internazionale all’Italia, elevandola da paese di mafiosi e stornellatori a capitale dell’opera, del teatro, del balletto e della cultura. Sia detto senza nulla togliere al prete. Non fosse altro perché ci offre l’occasione per confrontare due modi diversi di concepire il tempo, le cose, la società e la finzione scenica. Perché sempre di spettacolo si tratta, ora come allora. È proprio vero che i trascorsi bisogna scontarli con lunghi anni di frustrazioni. Oggi inseguiamo per strada i componenti della famiglia Cecchini, mica Romolo Valli, Placido Domingo, Ezra Pound, Luca Ronconi, Thomas Schippers, Tennessee Williams, Luchino Visconti, Eduardo De Filippo, Rudolf Nurejev, Carla Fracci, Nino Rota, Roman Polanski, Vittorio Gassman, Arnoldo Foà e Luciano Pavarotti. I mostri dello spettacolo non siedono più ai tavoli di Pecchiarda e Panciolle. Siparietto. Con disappunto il palazzo cinquecentesco, che per anni fu dimora del Maestro, guarda la piazza, teatro delle evoluzioni ciclabili di Terence Hill. “Ma che c’hai la puzza sotto il naso?” direbbe Alberto Talegalli a Gerza, moglie autoritaria che lo tiranneggiava senza tregua. Lui di film ne girò trentasei prima di schiantarsi con l’auto, ancora giovane, a Fossato di Vico. Non ce l’abbiamo con la film commission e non abbiamo la puzzetta sotto il naso. Volevamo solo dire che era tutto più bello, più dignitoso, più adatto alla storia del Granducato. Era bella persino la Casina dell’Ippocastano, costruita in stile alpino dall’architetto svizzero Walter Fol, con la sua pista da ballo decorata da Sol Lewitt. Mica da un imbianchino di San Giovanni di Baiano. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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