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La nebbia agli irti colli piovigginando sale. Saliamo con lei, sopra di lei. Ci si apre lo spettacolo impareggiabile dell’Umbria descritta da Cesare Brandi, quella le cui città si mostrano asserragliate come castelli in cima ai poggi, come ostensori d’argento che racchiudono le reliquie dei santi. Dal Subasio percepiamo la cuspide del Sacro Convento, i tetti di Monteluce, Trevi, Bettona e l’orrendo fungo di Montefalco. C’è a chi piace, il fungo, perché il paesaggio (lo sanno anche i geometri) costituisce il risultato dei cambiamenti imposti dall’uomo. Noi ciuchi oscurantisti crediamo ancora nel rispetto per il creato. Gustav Mahler insegna che la tradizione è conservare il fuoco, non adorare le sue ceneri. Queste sgradevoli trasformazioni climatiche si sono accanite contro le nostre valli cosparse di polveri sottili. E’ sotto la nebbia che si eclissa l’Umbria vera: quella sommessa, tutta misura e serenità, dove la natura entra ancora in gioco come parte del mondo. E’ scaturito proprio da qui il pensiero umanistico e quello religioso che individuò nel Cristianesimo il compimento del filone greco-latino della Pia Philosophia. Bisognerebbe rileggersi Marsilio Ficino quando coinvolge la natura, oggi oltraggiata, nella riflessione sul rapporto tra bellezza e bontà degli uomini e domandarci se gli umbri di oggi siano ancora meritevoli della loro regione. Finiamo sempre per parlare di politica, nella speranza che la politica sconfigga la morte sottile, aprendo una nuova possibile età dell’oro. Se il paesaggio cambia, piegato dalle infrastrutture e dal cemento, i tratti somatici degli umbri sono i medesimi. In poche regioni i volti della gente sono rimasti così fedeli ai prototipi (prima italici, poi longobardi e, infine, rinascimentali) come da noi. Di mascelle quadre, fronti larghe, crani rotondi, orbite incavate e nasi a becco se ne vedono ancora. Ce ne accorgiamo nel corso degli eventi folcloristici, quando l’avvocato, l’operaio, il medico, il sindaco con tutta la sua giunta indossano i costumi dell’epoca, dando vanitoso sfoggio dei loro musi icastici e taglienti, nell’inesausto anelito a diventare personaggi caricaturali. Il fenomeno ha i suoi motivi biologici, ma soprattutto geografici, dovuti al genetico isolamento che nessun traforo appenninico – a scarso contenuto di calcestruzzo – riuscirà a superare. Probabilmente è solo un’impressione mia e di Bernardino Sperandio, che questi volti li va fotografando da anni nelle piazze di paese -dove i vecchi si raccontano, si romanzano e si affabulano – per poi collazionarli con quelli che compaiono negli affreschi delle chiese di campagna. Questa regione vaga, questo indeterminato territorio senza né clima né fauna né flora che lo contrassegnino; questa congregazione amministrativa di campanili lasciati cadere a ventaglio come nel gioco dello Shangai, non ha altri connotati che il carattere dei suoi abitanti. Siparietto. Che il 2016 ce la mandi buona. Ferme restando le ordinanze in vigore sul traffico finalizzate ad evitare l’innalzamento del pm10, alcuni sindaci hanno lanciato un patetico appello alla cittadinanza perché limiti l’uso dei materiali pirotecnici. Bella pensata quella di sensibilizzare gli incendiari di Capodanno sul delicato problema auspicando di mitigarlo con semplici accorgimenti responsabili e virtuosi. L’invito rivela l’impegno e la coerenza politica, il rigore morale e anche, se volete, una certa propensione al dottrinarismo sociale. La politica si misura dal modo in cui serve l’idea. Che culo che la nebbia se ne sia andata anche da certe menti nel gran rimescolio di una fatua rivoluzione che non riconosce più i valori. Mi raccomando, andateci piano con i botti per non offendere una regione ancora spendibile, benché ruvida, teatrale e piena di contraddizioni, ciò nonostante rimasta autenticamente fedele al suo carattere, fino alla retorica e alla calcomania. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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