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E’ di questi giorni la notizia che la giunta comunale, in vista della scadenza dell’opzione della Fondazione Carisp sull’acquisto dell’immobile, ha commissionato uno studio di fattibilità dal costo di 70mila euro e finanziato dalla Fondazione per fare chiarezza sul futuro del Turreno. Ancora sembrano esserci dubbi sul teatro e l’assessore Michele Fioroni, dopo una partenza a razzo, sembra aver tirato un po’ il freno a mano, forse conscio dell’impegnativo progetto. A tal proposito riportiamo un articolo uscito nel Corriere dell’Umbria e firmato da Mauro Agostini, direttore di Sviluppumbria, il quale analizza la situazione esprimendosi coerentemente su ciò che il Turreno dovrebbe essere, subito. Parole positive che speriamo trovino quanto prima un riscontro per uno dei luoghi da rivalorizzare più importanti di Perugia. “Dopo un accordo di massima infatti, il passaggio di proprietà avverrà con un piano di recupero ben definito. Con una intelligente, e poco valorizzata, opera di collaborazione istituzionale il Comune di Perugia, la Regione e la Fondazione Cassa di Risparmio, superando qualche piccola diffidenza iniziale, hanno posto le condizioni per la restituzione all’uso urbano di un contenitore fondamentale del centro storico, il Turreno. Che farne? Suddivido queste mie considerazioni in tre parti. Cosa non dovrebbe essere. Cosa potrebbe essere. Il metodo da seguire. Lo scopo è apertamente provocatorio nel senso autentico del termine, suscitare un dibattito il più largo possibile sulle soluzioni da individuare. Non credo quindi che il punto di partenza possa essere la capienza, novecento o milleduecento o perché no cinquanta posti. Chi si esercita su questo ha già implicitamente preso una decisione, farne un luogo chiuso e autoreferenziale. Cioè proprio quello che io riterrei non dovrebbe essere. Non può essere qualcosa che si apre occasionalmente all’utenza e alla città, qualche convegno e un po’ di concerti. Il Turreno è una componente insostituibile dell’acropoli, non è il Pedrocchi ma neanche un qualunque cinema Fiamma di provincia. È un tratto identitario del centro perugino e la sua nuova vita non può prescindere da ciò che il centro dovrà e vorrà essere. È qualcosa che viene dal Novecento, con le sue passioni e le sue tragedie, e che va riprogettato nella Perugia del terzo millennio. Allora innanzi tutto un grande contenitore urbano deve essere stabilmente e continuativamente inserito nel continuum urbano che lo circonda. Qualcosa insomma che riflette, integra e arricchisce le funzioni urbane che gli stanno intorno. A poco servirebbe una struttura rigida, priva di flessibilità e che in quanto tale pretende che il resto si strutturi in sua funzione. E siccome il “resto” è immodificabile, essendo l’habitat medioevale cittadino, il nuovo contenitore rischierebbe di essere e essere percepito come del tutto avulso. Per fare un piccolo esempio positivo: è bello passeggiare a tarda sera nel centro storico e vedere attraverso i vetri delle nuove aule studio dell’Università i nostri giovani che, computer libro e smartphone sul tavolo preparano i loro esami. L’università nella città, gli studenti nella città, buoni servizi di qualità. Il concetto di fondo da porre a base di una progettazione che è tecnica e sociale al tempo stesso deve essere quello della resilienza, di un adattarsi reciproco. Il Nuovo Turreno che “respira” insieme alla città che lo contiene, con i suoi ritmi e le sue dinamiche. In questa ottica lo vedrei come un contenitore plurale, flessibile, adattabile, modulabile, continuamente permeabile. La stagione delle infrastrutture  rigide da inserire nel corpo vivo delle città è tramontata da un pezzo e  ne avverte tanto meno la necessità Perugia che di quella stagione ha conosciuto una delle ultime propaggini con il Minimetrò. Qualcosa, ripeto, che riflette e integra il contesto circostante di una città che ha le sue radici sul colle ma la sua testa nel mondo. E allora proviamo, come in un gioco da bambini, a “metterci” dentro qualcosa. Perugia città del Jazz e del cioccolato, sia come piccoli laboratori culturali di produzione sia come puri momenti di fruizione e consumo. Perugia città del cashmere, del design e della manifattura di qualità: un living lab con stampanti 3D e tavoli computerizzati per il disegno. Piccola dose di commercio (alimentare) e ristorazione. Le due università  nelle forme sopra ricordate e nella loro funzione di ricerca, l’Accademia delle Belle Arti. Il teatro Morlacchi per spazi di produzione teatrale. Un piccolo cinema. Insomma, per dirla con uno dei più acuti indagatori della modernità globalizzata, un “luogo non-luogo”.  Si tratta di utilizzare questo grande spazio come un’occasione. L’occasione di far interagire le diverse forme di creatività, dal design alla manifattura, dalle professioni alle imprese culturali. Un luogo di accumulazione e di accelerazione di idee e un potenziale centro di servizi innovativi. Suggestioni, si dirà. Certo, ma in diverse parti del mondo sono già realtà. L’Umbria e Perugia hanno l’opportunità di riappropriarsi di una combinazione manifattura-cultura che è al tempo stesso un tratto della migliore tradizione e di un futuro che deve cominciare a vivere qui e ora. Non penso solo a Perugia capitale italiana dei giovani 2016, penso soprattutto alla candidatura a capitale europea dei giovani per il 2018. La Capitale Europea dei Giovani – si legge sul sito di EYC – è un’iniziativa che incoraggia lo sviluppo di progetti innovativi legati alla partecipazione attiva dei giovani nella società e cerca di presentare un modello di sviluppo per le città europee. Questo il contesto culturale e politico entro cui discutere. Per poi decidere. Mai l’inverso.  Qui viene l’ultima questione che intendo trattare, quella del metodo per cominciare a elaborare il progetto. Se dipendesse da me lancerei una campagna dal titolo “La Primavera del Turreno 4.0” con l’attivazione di un sito istituzionale specifico da avviare a partire da marzo prossimo. Con l’obiettivo di lanciare un “concorso” internazionale di idee progettuali rivolto in particolare a sociologi urbani, architetti, urbanisti, a tutti coloro insomma che hanno messo al centro della loro attività lo studio della città moderna. E su un altro versante, quello interno a Perugia e all’Umbria raccogliere e animare sul web tutte le sollecitazioni, le idee, le critiche che ciascuno vorrà avanzare. Una moderna discussione di massa. Ma con un primo scadenza, l’inizio dell’estate, per cominciare a selezionare obiettivi e contenuti e dare avvio al percorso di realizzazione. Sarebbe bello se in una sera della prossima estate il Comune chiamasse tutti i cittadini interessati in una sorta di agorà a piazza Danti, una grande assemblea con un dibattito di brevi interventi (tre minuti) e la proiezione di piccoli video.”            


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