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Il folignate è un cultore tiepido – talvolta patetico – della Marca maceratese, di cui avverte le comuni origini italiche, longobarde e pontificie. Quando gli scatta la fregola marchigiana egli prende le distanze dall’idillica terra dei santi e si dirige verso l’agognato litorale; imbocca la SS 77 a Colfiorito, scavalca gli impervi passi appenninici in cerca di pesce fresco e spacci aziendali. Che bassezza, sentenziano i perugini. Già dopo Serravalle del Chienti, se non sente l’odore del mare avverte quello del Brodetto. Sono i folignati ad aver fatto dell’autogrill di Muccia il tempio rituale del Varnelli e del panino al Ciauscolo. Per loro è stato inventato “Lu Calzolaro”, l’elisir che i camionisti della Val di Chienti chiamano anche “mezzu e mezzu”, metà anice di Pievebovigliana, metà caffè Borghetti. Oggi i folignati maledicono quest’imbroglio del calcestruzzo, ché ritarda la riunificazione di due territori, solo amministrativamente separati. Il sacrificio ambientale perpetrato a danno della valle del Menotre, non è ripagato dal beneficio consistente nella possibilità di abbattere i tempi del desiderato transito. Il pesce fresco dovrà attendere l’esito delle complesse indagini. Siamo “Gente de Fuligno” se all’altezza di Caccamo ancora ci emozioniamo per l’agonizzante mondo marchigiano, che sotto i colpi di ruspa affonda ogni giorno di più nell’omonimo lago artificiale. L’Arcadia non abita più qui da quando gli operosi cugini di campagna abbandonarono le case coloniche per insediarsi nel corrotto litorale, palcoscenico di nostalgici racconti adolescenziali. L’onda dell’Adriatico manca un po’ a tutti gli umbri. Stando ad Erodoto il termine “Umbri” (Ombricoi) indica che questa antica popolazione italica fu salvata dalle acque. Salvata un piffero, se per bagnarsi le caviglie dobbiamo ancora superare ostacoli pari a quelli che si presentarono all’esercito di Annibale presso il Lacus Plestinus. Siparietto. Ci vuole un’affinità particolare, che solo gli umbri posseggono, per lasciarsi ammaliare dalle ondulate colline e dall’azzurro remoto e irreale dei Sibillini. Tra Piediripa e Corridonia, spaziando con lo sguardo, avvertiamo che tanto nelle Marche, quanto in Umbria, la bellezza del paesaggio non è dovuta soltanto alla natura. Il maggior merito va al lavoro dell’uomo che, consapevole di appartenere a una società civile, cesellò la terra come un’opera d’arte. Quando saranno terminate le farse in galleria, lanciati a gran velocità verso il mare, non ci accorgeremo più che la vera civiltà iniziò proprio da quelle parti, quando i benedettini, terminate le invasioni barbariche, fondarono monasteri e lavorarono le distese incolte. Per ora godiamoci il paesaggio di questa regione confinante, fattasi giardino grazie alle cattedre ambulanti di agricoltura, i cui tecnici (a differenza di tanti moderni funzionari incollati alla poltrona) se ne andavano a piedi di poggio in poggio, portando insegnamenti agli appodiati. Osserviamo bene quelle file ordinate di ciliegi, di peschi, di platani e di olmi, ornamenti della campagna marchigiana. Ammiriamo i simmetrici filari che allietano i colli tondeggianti, i regolari crinali, paralleli l’uno all’altro e perpendicolari alla costa. Quei filari costituiscono il risultato antropologico di un ordine supremo, perfetto e proporzionale all’intelligenza dei nostri cugini marchigiani, campioni di dinamismo e di cose pratiche, anche se qualcuno preferisce avere un morto in casa, che uno di loro dietro la porta. Sebbene un po’ marchigiani lo siamo anche noi umbri a ridosso della chiostra dei monti, perché l’Appennino, traforato o meno, non divide. Semmai mette in comunicazione.


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