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Benché a corto di competenze – appartenenti solo agli studiosi della materia – ho sempre subìto il fascino del bello, l’attrazione verso la grazia dei luoghi in cui sono cresciuto. Ovunque mi trovi in Umbria, mi sembra di rinvenire concetti, idee guida, approcci utili a comprendere l’avvenenza della mia regione, descritta nella sua pittura, scolpita nella solida concretezza dei suoi monumenti e nell’articolata complessità delle sue architetture. Non fosse altro per esservi nato e per averne goduto appieno, mi sono sempre ingegnato di buttare all’aria i consolidati steccati dogmatici acquisiti nei pigri anni del liceo, confidando principalmente nell’esperienze maturate nel corso dei miei dilettevoli vagabondaggi. Qualche giorno fa ero ospite a casa di un conoscente dove, purtroppo, si parlava a sproposito d’arte. Un salottino artificiale, cioè fatto ad arte, in cui coltivare leggerezze e raccontare fatti immaginari, frutto di teorie freudiane. Pur nella consapevolezza dei miei limiti, sentire profani che s’atteggiano ad esperti, per me costituisce ancora un’intollerabile profanazione. I partecipanti al dibattito articolavano giudizi e pronunciavano sentenze, su quale fosse la vera anima dell’Umbria, il luogo eletto che la riassumeva tutta. Tizio prediligeva la Fontana Maggiore, pontificando sui Pisano; Caio optava per il ciclo di affreschi di San Francesco in Assisi, aderendo alla tesi vasariana che li attribuisce a Giotto. Quanto alla moglie del notaio tal dei tali parteggiava per il Duomo d’Orvieto, dichiarandosi ammaliata dalle sue cuspidi slanciate. Come non parlare d’arte in una casa ove su ogni mobile, su ogni divano, su ogni sedia riviste del settore si offrono liberamente agli sguardi più indegni? Tra le tante cialtronerie spiccava l’analisi fatta da un pennivendolo (e critico d’arte) sulla retrospettiva di Burri al Guggenheim, da lui accuratamente visitata attraverso la rete. Uno degli ospiti, scoprendomi in disparte, chiese il mio parere sul tanto dibattuto argomento. Avrei voluto dire che la cosa più bella dell’Umbria era la figlia dei miei ospiti, comparsa e poi scomparsa in cucina con un vassoio in mano. Ma spostai accortamente la discussione (mi riconosco una qualche perizia collegata alla mia professione, nel farlo) su un articolo giornalistico del 1951 di Dino Buzzati, inviato dal Corriere della Sera al 34° Giro d’Italia, quando Coppi vinse la Perugia-Terni a cronometro. Mi fu dato del “solito disfattista”. Eppure l’immagine più bella dell’Umbria si ricava proprio da quella cronaca lesta e sublime del grande giornalista al seguito di un gruppo di ciclisti lanciati a perdifiato tra tanta bellezza: un messaggio inviato dall’Umbria per far conoscere il suo incanto a quelli del bar dello sport. Perché come scrive Buzzati «Centomila ricordi di cose grandi ritornano anche a chi ha fatto solo le elementari. Ma pure chi non è mai stato a scuola e non porta in sé nulla di quanto avvenne nei secoli, anche all’analfabeta, parla questa terra straordinariamente umana». La qualificata disputa terminò in una generale risata, incoraggiata da quel composito intellettuale di provincia combattuto tra il prurito di mostrarsi aggiornato su Burri e i pesi della piccola zavorra della sua animula retriva. Disse sogghignando: «Sei sempre il solito disfattista; con te non si può fare un discorso serio». Siparietto. Conoscendo i principii estetici che disciplinano le espressioni d’arte nella donna (per essermi a lungo appassionato all’argomento) tornai a dedicarmi alla contemplazione della bellezza umbra, che nel frattempo era ricomparsa con il vassoio dei caffè in mano. Segnale, quello, che eravamo finalmente giunti all’epilogo della deliziosa serata.


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