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Mentre la Padania si aggiudica la maglia nera dell’inquinamento a Giano dell’Umbria si respira l’aria pura. Osservo le piccole cose della nostra patria umbra, i rassicuranti fondali delimitati dalla cerchia dei monti e i paesaggi che li contengono. Ragiono sulla pianta dell’ulivo, al cui cospetto comprendo i veri motivi dell’esistere. Dal balcone di Giano si scopre mezza regione. Naufrago nel mare di ulivi di Seggiano, rifletto su quanto è successo a Parigi e sul dibattito di portata planetaria che vi si sta svolgendo per fronteggiare i cambiamenti climatici. Gli ulivi sono lì, secolari, impassibili. Figli della tradizione occidentale e mediterranea abbiamo attribuito all’ulivo significati che vanno oltre la sua rilevanza agronomica. Eppure non sappiamo più concepire l’agricoltura nei suoi aspetti economici, antropologici e sociali. Non lo sanno fare neppure le istituzioni, che dovrebbero difendere le strutture produttive, i sopravvissuti nuclei familiari rurali, tutelare i paesaggi umani e le gerarchie territoriali dedite al lavoro agricolo. Non sanno fare di meglio i mezzi di comunicazione, che confondono l’agriturismo, la visita al frantoio o alla cantina con i contenuti sociali più intimi, collegati ai quadri umani ed ambientali del mondo rurale che sta scomparendo. C’è poi il paesaggio agrario. Quello umbro, ad esempio, è il risultato del lavoro delle generazioni mezzadrili e, prima ancora, di una storia iniziata in età comunale, quando le città uscite da se stesse si disperdono nei casolari sparsi, i cui abitanti trasformano gli acquitrini in campi di viti e ulivi, li circoscrivono di fossi e vie campestri, di ciglioni erbosi e muri a secco. Detta così sembra la descrizione della figura allegorica rappresentata a Siena da Ambrogio Lorenzetti nel dipinto del Buon Governo: «senza paura ogn’om franco cammini e lavorando semini ciascuno». Guardo il paesaggio agrario che circonda Giano dell’Umbria. Quello dei Martani è un paesaggio in gran parte intatto, non solo un insieme di piante, coltivi e begli scorci, durante una luminosa domenica d’inverno, lontano dalla martoriata Parigi che ancora non s’è tolta il lutto dal braccio e già ragiona sul futuro del pianeta. E se invece il futuro albergasse qui? Nel minuscolo Comune – in occasione dell’ultima domenica di Frantoi Aperti – si celebra la complessa storia millenaria dell’ulivo. Tra un’abbazia e un mulino, tra un podere e un castello, percorrendo le colline di Morcicchia, Macciano, Castagnola e San Felice, m’accorgo di quanto la “civiltà dell’olivo” abbia contribuito a plasmare l’identità culturale, economica e territoriale, di questa regione, incidere sulla sua immagine. Al confronto con la sponda ulivata – che, senza soluzione di continuità, conquista lo sguardo da Assisi a Spoleto – la cintura dei Martani, con i suoi poggi e i suoi accurati appoderamenti e i suoi borghi rurali sparsi, mostra caratteristiche meno omogenee, ma di maggior pregio ambientale. Se l’Umbria è il cuore verde d’Italia i Martani sono il cuore verde dell’Umbria. Peccato che la gente di città si ricordi della campagna solo nei fine settimana, perché a certe abitudini ne ha sostituite altre, che investono i valori di una società irreversibilmente urbana. Gli umbri hanno rinunciato ai modi di fare ereditati da un passato recente, quando ancora dominava la dimensione agraria e rurale. Non avvertono più il richiamo esiodeo della natura. Rimane a rappresentarli l’ulivo – si diceva domenica a Giano dell’Umbria – con tutta l’emotività che questa pianta comunica all’uomo, insieme alla capacità di stimolare la parte migliore dei suoi sentimenti, che egli esprime spiritualmente, ma solo nel corso dei fine settimana, attraverso la religione e la poesia. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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