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Sgradevole distopia. Immaginiamo, ma solo per un attimo, che a chiudere per terrorismo toccasse a Perugia, come a Bruxelles. Niente “Holiday On Ice” a corso Vannucci, niente concerti di Capodanno, niente mercatini natalizi e presepi viventi; le scuole chiuse, le discoteche blindate e i capolavori della Galleria Nazionale dislocati in un bunker della Rocca Paolina; gli autobus che circolano a singhiozzo, gli spettacoli del Morlacchi cancellati, la caccia al jihadista di Fontivegge e, per finire, i rastrellamenti nei dormitori di Ponte San Giovanni, dove non alloggiano il bue e l’asinello. Immaginiamo il prato della Basilica di Assisi recintato dal filo spinato per proteggere il ciclo giottesco dagli attacchi di chi non distingue una pittura da un muro di Mosul affrescato dai colpi di Kalashnikov. Del resto quel tempio dell’arte giottesca fu snobbato pure da Goethe che, nel pomeriggio del 25 ottobre 1786, gli preferì i capitelli corinzi di Santa Maria sopra Minerva. Ognuno fa, viaggia, spara e distrugge per quello che sa o per quello che gli fa comodo sapere, come dimostrano le foto satellitari del tempio di Bel a Palmira, polverizzato dalle 30 tonnellate di tritolo delle milizie di Abu Bakr al Baghdadi. Guai a scambiare ogni opposizione all’Islam per una guerra di religione, quando in realtà si tratta solo di un diverso modo di concepire il mondo, a praticare il quale siamo diventati davvero troppi. Guai a scambiare il vicino di casa con un nemico giurato avvolto in un pesante caftano. Lo abbiamo capito anche noi, trascurabili osservatori di provincia, che l’errore sta nell’applicare il nostro parametro ai suoi valori. Comunque, a parte i crimini intollerabili contro l’umanità, voi come vi comportereste se Salah Abdeslam si nascondesse in un monolocale di Ponte Valleceppi? Hai voglia a pubblicare gattini sui social. Immaginate a quante apericene nei bistrot di Borgo XX Giugno dovreste rinunciare. Neppure gli editoriali di Matteo Grandi su Piacere Magazine vi restituirebbero la voglia di uscire. Viviamo in una regione tranquilla, democratica e persino denuclearizzata, come si legge in molti cartelli posti qua e là per le strade di paese disseminate di buche, proprio come quelle di Aleppo. Vorrà dire che ci ciberemo di salsicce e scottadito nei ristoranti isolati del sabato sera, mica di club sandwich al Bataclan. Tipo il Capanno di Torrecola, localizzabile col GPS all’altezza del valico della Somma, nei pressi di quel camposantuccio considerato il più tranquillo del mondo, come se una volta sotto terra la pace contasse qualcosa. La pace va ricercata in vita. Siparietto. Lo scorso fine settimana sono salito fino al Serrasanta imbiancato dalla prima neve. Alle una ho pranzato a casa di amici, che mi avevano invitato a mangiare il Clitocybe Geotropa, fungo rarissimo dal nome noto solo ai poeti laureati e a pochi gualdesi, che lo raccolgono in inverno nelle radure prossime ai boschi di latifoglia. Seduto davanti al camino acceso, immancabile compagno durante i lunghi inverni dell’Appennino umbro (ad esplodere era solo il ceppo trafugato dal bosco di Valsorda) ragionavo sul fatto che è meglio perire per ignoranza micologica, che per mano di chi si fa esplodere all’interno di una affollata discoteca. Hanno un sapore diverso gli scontri di civiltà a queste latitudini, dove a bloccarci la digestione certo non sarà la controversia sui modelli di una possibile convivenza della democrazia con l’ideologia islamista della porta accanto. Lo confesso. In quella cucina gualdese con annesso tinello, per l’interminabile spazio di un rinfrancante pranzo umbro, mi sono colpevolmente dimenticato che all’ombra degli algidi palazzi dell’Unione europea qualcuno (cresciuto a kebab e sambouseq) stava tramando attentati nel mio Paese. O in paesi simili al mio, multiculturali solo a parole e nemmeno tanto. Quanto durerà ancora la pax umbra, da cui i nostri figli – come Valeria Solesin – sono stati costretti a fuggire in cerca di prospettive? Analogamente a quanto si verifica sul fronte opposto, perché in definitiva è solo una questione di sbarchi. Mentre il ceppo sfrigolava alla maniera di una mitragliatrice russa e il vino asprigno faceva il suo dovere, il vicepresidente della Regione, Fabio Paparelli, presentava a Roma l’iniziativa “A Natale regalati l’Umbria”, campagna nazionale con pubblicità lanciata anche sugli openbus: tutti gli eventi in programma. Buffa questa svagata, pacifica, spesso deconcentrata regione. Fanno sapere dal Palazzo che il momento è difficile, ma che gli umbri vogliono crescere. Mica saltare in aria.


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