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Nel fulgido mattino di questo assetato mese di dicembre – che gonfia le valli di veleni, inebriando i colli di luce – percorro i vigneti di Montefalco orfani delle loro foglie. Più in basso, ai margini del Clitunno attraversato dalle lucide, fruscianti, velocissime folate di sole che trapelano da nebbie intermittenti, il chiarore del giorno coglie la desolazione degli alberi avvolti, in attesa che giunga la notte, nei deprimenti addobbi natalizi. La natura si predispone al riposo. Deve farsi notte per bene perché riaffiorino quelle impressioni familiari alla nostra infanzia, che credevamo perdute per sempre. Di giorno le zolle rimosse, i solchi, le siepi, le bacche spinose, i silenzi, i pergolati inseccoliti, gli attrezzi campestri abbandonati non fanno Natale. Bisogna che diventi notte per farci rivivere la gioia, ammesso che di gioia si tratti. Chi proprio volesse incontrare il Natale dovrà spostarsi in città, il luogo in cui una finta allegrezza, una pelosa consolazione s’avanza a sollevare gli animi, laddove a deliziarli non arrivano più le tasche. Sembra quasi che vi siano ancora confortevoli sorprese in questa nostra civiltà delle apparenze. Le festività natalizie sono ufficialmente iniziate il primo e il due novembre, nei giorni in cui ricadono le dolenti (almeno così ci avevano insegnato) ricorrenze di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti. Un Natale tanto lungo non s’era mai visto, a giudicare dalla presenza anticipata delle luminarie da lunapark nelle giornate dedicate alla pietà dei defunti. È proprio vero che le stagioni non sono più le stesse, come vanamente dibattuto a Parigi nel corso della conferenza sul clima (che rispetto a come sarebbe potuta andare è un miracolo, ma al confronto di quello che avrebbe dovuto essere, si è risolta in un tracollo). Se foste ancora interessati al significato del Natale – in questo contesto di generale decomposizione sociale – indagate nelle vostre cucine, perché gli ultimi simboli della nostra sofisticatissima – in tutti i sensi – civiltà passano per il pranzo della Festa, che anche quest’anno non sarà allietata da ostriche, frutti di mare, caviale Beluga e crostacei affogati nei bianchi del Reno. Non mancheranno i cappelletti, la galantina, i brodi ristretti, i lessi e gli arrosti di pollame. Nemmeno i vini generosi e ardenti della nostra regione, ma ad accompagnare il panettone niente Madera e Jerez. I gastrofighetti dovranno accontentarsi della Vernaccia di Cannara avanzata da Pasqua. Quel che conta – chi se ne frega delle ferree regole imposte dalla tradizione e dalle stagioni – è essere riusciti a pagare IMU, TARI, TASI, tanto per soddisfare le stagioni dell’appetito: quello dello Stato. Come disse Talleyrand «Chi non ha vissuto prima della Rivoluzione non sa che cosa sia la dolcezza del vivere». Chi non ha vissuto prima della inciviltà dei consumi, aggiungiamo noi, non sa cosa sia la soavità di questa Festa. Oggi il Natale lo andiamo cercando al centro commerciale, il luogo dove si scambiano parole per non dire nulla, il “regno delle relazioni di superficie, quelle in cui il gesto dello scambio importa assai più di ciò che lo motiva” per dirla con MarcAugé. Siparietto. Meglio rimanere in cucina con i propri cari (avendoceli a portata di mano) a chiudere cappelletti, ultimi testimoni di quel modello di civiltà ormai sfumato per sempre; salvo postarne il selfie su Instagram nel gesto sublime di un reportage per dementi, su un paese colto nel trapasso verso l’innovazione selvaggia e po’ autolesionista, del consumo e della propalazione mediatica fine a se stessa. Bisogna ammetterlo, i social sono proprio una forza della natura. Consentono alle bonazze di mostrarsi spocciate mentre fuori infuria il gelo e la bufera, per poi redimerle in cucina a fianco delle nonne munite di parannanza. In altre parole: se lo spazio e il tempo non sono più valori vi presento il cappelletto come metafora della tenuta sociale, come frammento di vita incuneato nelle maglie della rete. Mentre tutto il resto si sbraca nella perduta ebbrezza dei non luoghi, il Natale “on line” ci offre l’occasione per travisare la realtà, rispondendo indifferentemente a bisogni contrastanti tra loro.


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