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A Natale regalavano sciarpe di Burberry. Allora Cesarino si trovava davanti alla Gabbia, sul rimbocco che da via dei Priori conduce in Piazza Grande sferzata dalla tramontana. Perugia si scambiava gli auguri tra i tavoli apparecchiati del ristorante. Artisti, giornalisti, politici e avvocati (più di grido che di grida) affogavano i cappelletti in brodo – quelli chiusi a mano – in un bicchiere di Barolo. Lo sciame di arguti pensatori perugini, che aveva il suo inoperoso epicentro al Turreno, si spostava al seguito di Alberto Mori e Franco Pasquino, mattatori della Perugia al caviale o alle uova di Lompo, secondo i punti di vista. Vi facevano parte Luciano Ghirga, non ancora assurto a salvatore di Amanda, Renato Locchi, non ancora sindaco di Perugia, Mario Fagotti, non ancora comandante dell’aeronautica umbra; poi Franco Ruggeri, Germano Marri, Francesco Mandarini, Spartaco Ghini e Alfio Marinelli, detto il Bomba. Altri tallonavano Giampiero Molinari, abile avvocato, ex allenatore di calcio, ex difensore, ex vice di Ilario Castagner, nonché brillante indossatore di cravatte firmate Fagioli. Pranzi della pace, cene delle beffe, surrealtà di provincia divenivano cronaca quotidiana dell’assurdo. Che fine ha fatto la Perugia che conta? Quel ristorante era l’anticamera delle decisioni prese davanti ad una fettina alla parmigiana e, solo per questioni di forma, ratificate in seguito nei palazzi del potere. Vi si sceglievano sindaci e assessori, primari e rettori. Intanto la città prendeva forma e sostanza durante la postprandiale partitella a briscola e tre sette. Dava le carte Carlo Pagnotta, lasciando ai perdenti l’onore di regolare il conto di Palmiro, il cui nome non si presta a equivoci sull’orientamento politico della famiglia. Oggi che in Comune non comanda più la nomenclatura, il Natale è diventato una noiarella senza scampo. La satira politica s’è trasferita dai tavoli di un ristorante sulle pagine di Facebook, dove si celia sull’ “Holiday On Ice” di Piazza della Repubblica e sulla battaglia di Sant’Egidio. Perugia sottomessa da Braccio di Montone non ha più il gusto dei cappelletti di una volta. Come riempire, allora, il vuoto natalizio? Un primo dono è già arrivato. Stando al quotidiano economico più prestigioso d’Italia, in tema di qualità della vita siamo messi maluccio. Il capoluogo passa dal 27° al 57° posto. Il Piddì specula sull’equivoco, ma è inutile prendersela con Romizi, se la città che fu rapace verso il mondo è ormai diventata teatro per rilassanti notti di Natale, in cui l’unico modo per non rilassarsi troppo è leggere i legal triller di Alvaro Fiorucci. Eppure Carnieri e Abbondanza ce lo avevano spiegato bene, che cultura, politica e arte del vivere sono la stessa cosa. Sono amori folli, inquietudine preveggente, continuità tra una generazione e l’altra e non cene placée sotto l’albero. Perché allora prendersela con il giovane Romizi? Un tempo, nei giorni che precedevano il Natale, sindaci, assessori, consiglieri regionali – dopo essersi scannati con le lobbies del potere – armati soltanto da uno “scusate, l’ho fatta fuori dal vaso” si riconciliavano – con le Logge o con il senato accademico – alla “Bocca Mia”, al numero 36 di via Ulisse Rocchi. Erano i mitici anni Ottanta, quando alle dieci di sera Bistecca e Ambroglini (che indossavano il loro eskimo per tutte le stagioni) uscivano dai palazzi del potere per convertire alla loro causa i giovani delle famiglie più blasonate, avvolti nei costosi kashmir di Cantarelli. Adesso che non c’è più una causa da difendere, se non quella dei propri interessi, è tutto più difficile per chi subentra in zona Cesarini con la pretesa di ribaltare il risultato. Siparietto. In quale ristorante si scambiano gli auguri Andrea e Teresa martellati dal gratuito mugugno dei social, dove arrangiati pasquini esercitano la cosiddetta sovranità virtuale? Che guazzabuglio. Eppure pochi giorni or sono, all’interno dei Notari (dove Vittoria Garibaldi presentava il suo catalogo generale della Galleria Nazionale dell’Umbria) abbiamo rivisto con piacere molti protagonisti dell’età dell’oro. Sembravano pervasi da quel senso di straniamento che s’impadronisce di tutti noi, quando ci accorgiamo di averla fatta fuori dal vaso. Buon Natale.


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