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Il paesaggio umbro occhieggiava dalle grandi finestre del salotto della casa di Nocera, tempio dei valori borghesi della famiglia; si intravedeva da quelle della cucina (luogo sacro delle semplici memorie domestiche) affacciate sui violacei contrafforti del Subasio. Poi la salita del borgo, il portone della casa dove vivevamo in affitto, che in me adolescente si identificava col simbolo stesso di una nobiltà antica, mai posseduta. Quando nel 1962 ci trasferimmo a Foligno, mia madre rimase anche nell’animo nocerina. Conservò il patetico culto del suo paese natale, dove tornava nei fine settimana per incontrare le amiche e per vistare la tomba di famiglia. I personaggi di piazza vivevano ancora nel culto del passato, racchiusi in quel geloso portagioie dell’Appennino. Poi venne l’Umbria declinante verso le tenerezze del piano, dei saliscendi dei colli incoronati di antichi paesi, delle verdeggianti chiarezze dei campi, separati dalle siepi o punteggiati da antiche querce. L’Umbria dei poderi di Spello, Bevagna, Trevi e Cannara; della operosa fedeltà di uomini che per secoli trassero le loro soddisfazioni maggiori dal vicendevole patto di fiducia con la terra. Era la mia regione negli anni Sessanta – quella di cui m’innamorai rimanendole fedele – l’Umbria che scoprii nei libri della biblioteca paterna e in quella di mio zio Arnaldo, i cui tomi non si potevano spostare dallo scaffale, quasi non si potevano toccare. Forse per questo mi furono cari come nessun’altra cosa al mondo. Me ne appropria fotografandola. Quella dei paesaggi, dei volti umani, l’Umbria di un ragazzo che sognava un futuro da inviato speciale, per finire ad indossare la toga forense, che in definitiva costituisce un modo inarrivabile per comprendere la gente e padroneggiare gli schiaffi della vita. Sul principio degli anni Ottanta mi sembrava spavaldamente di conoscere tutto. Quando iniziai a frequentare l’università mio padre mi prescriveva settimanalmente di portare i suoi saluti a Giuseppe Ermini, che gli fu testimone alle nozze. Scrutavo le stanze del rettorato. Sembravano un’isola patriarcale in un mondo in tempesta, controllate a vista dai ritratti dei vecchi rettori, che ai miei occhi celebravano il passato di questa regione. La Perugia degli anni Ottanta, fiore all’occhiello dell’intero paese. Novellino, Catagner, Paolo Rossi, Lamberto che si collegava dal Curi, Franco D’Attoma e Leonardo Servadio e a Spoleto il Festival dei Due Mondi, le sue trattorie bazzicate da artisti e commedianti. Fu in questo modo che mi lasciai conquistare dalla mia regione, credendo che i valori del vecchio mondo – così discosto dal progresso – vivessero in lei con la forza di una confessione del cuore. La girai in lungo e in largo, da Gubbio alla Valnerina, da Narni a Orvieto. Appresi le misteriose atmosfere del Lago e le solitudini dei Sibillini. Partecipai alla semplice vita dei borghi e alle serate di certi eccentrici intellettuali pasciuti a spiedi di cacciagione e Sagrantino. Mi disinteressai della politica, passando per qualunquista. Varcai la porta di casa di molti artisti incompresi e quella delle botteghe di ritrosi artigiani della ceramica, del ferro battuto, del legno, dell’intarsio, che senza capacitarsene celebravano la loro regione. Oggi che tutto ha assunto contorni sfumati e malinconici di poesia, è facile per me cogliere in ogni cosa vista l’aspetto buono, consolante, laicamente educativo, e scriverne, ma anche il insulso e straniante. Invitandomi ad uscire fuori dal mio rancidume, mi cazzia un mio amico. E’ l’architetto Andrea Palmioli, bevanate di nascita che ha forgiato il suo intelletto tra Parigi, Shanghai e Hong Kong. In lui ammiro il giovanile trasporto per un mondo lontano, prerogativa dei figli migliori di questo paese, nei quali l’amarezza per aver lasciato i luoghi d’origine si risolve in una carica di entusiasmo – inseparabile dal mestiere – verso un possibile futuro; forse una carica superiore di umanità, che è poi una carica di tolleranza e quindi di civiltà. Lui è l’esempio palpabile dell’intelligenza che alberga nei geni di certi bevanati (come in Filippo Silvestri, in Ciro Trabalza, in Agostino e Mario Mattoli) che furono capaci di alzare i tacchi per conquistare il mondo, rinunciando alle svigorite discussioni di piazza, durante le quali i saccenti frugano con tanto intelletto sul niente. Forse è proprio per questo che Andrea se n’è andato. Certe volte ho l’erronea sensazione che all’interno delle loro città murate gli umbri non vedano nulla, non sentano niente, assorti ed astratti in un loro mondo lunare, popolato di personaggi immaginari, di sogni contenuti e repressi. Nessuno è profeta in patria, vero Luigi Frappi? Eppure per chi l’ama – come l’amo io – questa è una regione da preservare in quel complesso di valori e disvalori, giusti o sbagliati che siano, aderenti ad un’alta visione del mondo, pudica e gelosa, attaccati ad una invidiabile concezione della vita. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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