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T’amo pia vacca. Esosa vacca – come tutte le cose salutari e buone – che sotto il cielo incontaminato del nostro Appennino presidiavi le valli abitate dall’uomo. Vacca che, a spremerti come si deve, producevi – grasso che cola – venti litri al giorno del tuo proteico latte. T’amo vacca che pascolavi paciosa sulle praterie sommitali del Subasio, di Monte Pennino e di Castelluccio; che ti alimentavi di fieno e margherite per nove mesi all’anno; che davi un prodotto pingue, sano, privo di additivi alimentari, coloranti, addensanti, conservanti, antiossidanti e antibiotici. Non siamo così beoti da fantasticare un ritorno del lattaio a domicilio, che riempiva i bricchi in alluminio lasciati di fuori dalla porta di casa, che svolgeva il suo compito quotidiano prima ancora dell’alba. Ma lasciateci recriminare per quel latte bianco, morbido, di profumo intenso e naturale, che disponeva alla sete; per quell’alimento – dalla stalla al consumatore – forse di lusso, perché questi erano i soli lussi dei poveri, che oggi i ricchi se li sognano; per quel latte che – prima di darlo ai figli – le madri bollivano più volte fino a sterilizzarlo, per scongiurare – passateci l’ossimoro – salutari malattie. Oggi il latte è un alimento a lunga conservazione, acquistabile in contenitori di Tetra Brik, Tetra Classic, Tetra Aseptic, Tetra Fino, Tetra Gemina e Tetra Prisma, che stiviamo nella credenza come fosse vino buono. Certe razze di vacche ne producono fino a trenta litri al giorno. Altre, negli allevamenti dove l’alimentazione è severamente controllata e le bestie selezionate per produrne quanto più possibile, arrivano anche a cinquanta litri, con l’eccezione, meno male, delle razze butirrifere (Jersey, Ayrshire e Guernesey) che ne forniscono sedici litri circa, ma dall’alto contenuto di grasso. Ce ne sarebbe per tutti i gusti: Frisone, Brune Pezzate, Rosse Simmental, Rosse Norvegesi, Danesi, Finlandesi, Rosse Pezzate, Friulane, Bianche Modenesi e Brune Alpine: peccato che per via dell’OMS e degli accordi TTIP la zootecnia è sotto scacco. Per non parlare del comparto zootecnico dell’Umbria e con esso quello lattiero-caseario, che anche quest’anno ha subito un sonoro ceffone, perché produrre latte da noi costa un occhio della testa. Delle oltre 240 aziende presenti sul territorio regionale, il 90% conferisce il prodotto alla Grifo, sebbene il prezzo lo facciano in Lombardia. Così le cooperative e i caseifici che acquistano adottano i preziari di quella regione che produce più latte di ogni altra (oltre il 40% del totale italiano). Ai conferitori vanno i 40 centesimi per litro, con minimi storici di 39. Meglio farci le pelli trattate con le mucche. Al Nord si falcia fino a cinque volte l’anno, mentre qui al massimo tre. Per cui gli allevatori sono costretti ad irrigare e a integrare l’alimentazione del bestiame con i mangimi, mettendo la mano al portafoglio. Se l’Umbria piange sul latte versato, l’Italia non ride perché rischia di chiudere le stalle strozzate dal dumping dell’Est Europa. I pronunciamenti dell’Oms e gli accordi TTIP, che gli americani invocano per favorire le multinazionali, fanno il resto. E ancora nessuno ha pensato di creare un marchio di qualità per fronteggiare il valzer delle quote. T’amo pia vacca, il cui destino non è molto lontano da quello dell’ulivo, anch’esso accarezzato dalle mani dell’uomo. La metà del latte che beviamo nel cappuccino è di provenienza estera. Poi all’Expo ci raccontano di filiera agroalimentare italiana. Basterà togliere l’IMU agricola per dare sostegno al settore? Intanto il bucolico allevatore – che disteso sui prati del nostro Appennino sussurrava alle giovenche – manda i suoi capi al macello della zootecnia nazionale. Le cooperative possono anche chiudere i loro bilanci in attivo, evitare i licenziamenti, risolvere le vertenze sindacali, ma solo sulla pelle dei piccoli disperati allevatori, il cui latte – certo – è ottimo, proteico, controllato, salutare ma troppo caro. Quel che conta è il prezzo. T’amavo pia vacca – vacca esosa, come tutte le cose sane e buone – che sotto il cielo incorrotto dei nostri monti presidiavi le valli non ancora sfregiate. Eppure serve che il mercato comprenda che l’attacco nei confronti della sterile poesia del bricco d’alluminio, è un colpo di mano mascherato contro l’agroalimentare italiano. Un colpo di mano open air portato sotto il complesso ed elegante intreccio di legno e acciaio, che è il suggestivo, quanto inutile, Albero della Vita. Spente le luci di Expo, tornati in Umbria, ci accorgiamo finalmente che serve a poco salvare l’impresa, mantenere in termini accettabili il fatturato della cooperativa regionale, se non si remunerano adeguatamente i produttori. Serve ancor di meno la benedizione a mezza bocca della politica locale, se le stalle chiudono sotto lo sguardo impotente – persino incolpevole – delle istituzioni regionali. E’ per questo che gli allevatori umbri a Lodi si sono schierati – con i colleghi di tutta Italia – davanti al centro di distribuzione della multinazionale del latte francese Lactalis (che ha risucchiato i marchi nazionali Parmalat, Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori) nella sfigata guerra per difendere il lavoro, gli animali, le stalle e i pascoli custoditi da generazioni. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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