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Ogni prima domenica del mese, sotto lo sguardo dell’antica torre del Colle Revalioso, si tiene il mercatino di Pissignano. I robivecchi si dispongono lungo la Flaminia con i loro banchi di libri ingialliti, attrezzi dismessi, antichi girarrosti, grammofoni gracidanti, maioliche derutesi, chincaglierie di poco conto e fumetti da collezione. Nell’attonita chiarità delle prime ore del mattino – le migliori per visitarlo – la storia a portata di tutti si respira intorno al mare di ulivi che scende dai contrafforti del Serrano, supera i poggi, per approdarsi al cospetto delle Fonti del Clitunno. Il posto è incantevole: quanto di più lontano dalle grandi catene degli anonimi supermercati, sempre più numerosi e solitamente frequentati da individui simili tra loro, ma sconsolatamente soli. Sono proprio le contrattazioni che vi si tengono – talvolta minime – che danno la misura di quanto i mercatini dell’usato si contrappongano all’insignificanza dei non luoghi, all’antropologia della surmodernità. La fila di automobili parcheggiate ai bordi della consolare, già alle nove del mattino, arriva in prossimità del Tempietto, dichiarato Patrimonio Mondiale Unesco. Sul lato opposto la fila supera la chiesina affrescata dallo Spagna giungendo al bivio con la strada che mena a Campello Alto. Lì dispongono gli angioletti laccati e le credenze ottocentesche i rigattieri marchigiani che non hanno trovato posto nel piazzale delle Fonti, dove i laziali ostentano le loro pietre lavorate e i ferri battuti. Al termine del primo segmento di mercato – tra le tolette da barbiere e le collezioni di cavatappi – l’olfatto avverte un tripudio di aromi proveniente dal camion della porchetta, che si mesce con il profumo dei salci e dei mobili tarlati. Più avanti i bibliofili fanno capannello intorno al banco sovversivo di Paolo Casciola, che succiando il suo sigaro toscano estrae i tomi dagli scatoloni con lentezza esasperante, nell’ordine di uno ogni cinque minuti, costringendoti a parlare con lui di politica. Casciola non è lì per vendere. O meglio vende pure, ma il più delle volte acquista per la vanagloria della sua inarrivabile – bisogna ammetterlo – quanto monotematica biblioteca su Lev Trockij. Di diversa pasta imprenditoriale (se così si può dire parlando di un librario ambulante) è fatto il suo vicino Francesco Barone, che commercia in libri d’arte e vecchi testi riguardanti l’Umbria. C’è poi Caludio Menichelli, già ristoratore quasi stellato, prestato al “quasi” antiquariato. La sua offerta costituisce la vera linea di demarcazione tra la cianfrusaglia di sapore e il pezzo di valore. A guardarsi intorno la gente sembra divertita, comunque incuriosita dagli oggetti. Sbircia il lampadario a gocce, soppesa l’attrezzo agricolo, accarezza il merletto, sfiora la maiolica e si sofferma per un aperitivo al bar delle Fonti, lasciandosi incantare dalle betulle e dai pioppi che ammaliarono persino il Carducci, mentre una musica gracidante stilla da un grammofono portatile della casa francese Pathè. Gli fa eco e concorrenza un grammofono a tromba della “His Master’s Voice”, modello 460 prodotto nel 1924. Sta tutta qui la differenza tra l’acquistare e il consumare. Il mercatino è il tabernacolo del gesto antico dell’acquisto, dell’appropriarsi di un valore che non è necessariamente economico. Mentre il centro commerciale rimane il luogo della dispersione del valore, quello dell’apparenza e della consunzione. Certo, il gusto dell’antico s’è perso in favore del modernariato, raramente di design, anche se Nunzio Pigliapoco non molla, seguito a ruota da Luca Lispi, consumato collezionista di ceramiche, gualdese di origine ma con bottega a Roma. Oggi i gusti sono mutati e un tavolo ottocentesco, un rame antico o un comodino della bisnonna nessuno se li mette in più casa. Peccato, proprio ora che molti antiquari hanno dismesso la puzzetta sotto il naso votandosi al camioncino. Così come la signora di buona famiglia, attanagliata dalla crisi, che per diletto – non sia mai – ha deciso di privarsi delle suppellettili avite. E così girando di banco in banco può capitarti di imbatterti in un oggetto stranamente somigliante a quello che avevi in casa e non hai visto più o in un vassoio d’argento ricettato. Ma cosa vai a pensare? Sì sa che gli animatori del bric a brac sono innocenti per definizione. Così innocenti che il più delle volte non rientrano neppure nelle spese della benzina. Ma questo non conta, se almeno una domenica al mese, in un modo o in un altro, sono capaci di tenersi a debita distanza dall’insignificanza dei non luoghi e dall’antropologia della surmodernità.


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