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Quando il turismo confusionario e i chiassosi eventi finiscono, la città trova il suo momento di quiete per riflettere. Il miglior luogo per la riflessione perugina è la Galleria Nazionale dell’Umbria, quel tempio dell’arte che ha svolto un ruolo determinante nella cultura del Paese. Dal 1878 – anno in cui la pinacoteca civica Pietro Vannucci fu trasferita dalla sede dell’Accademia al terzo piano del palazzo dei Priori – la Galleria Nazionale è divenuta il vero sigillo della città. Più del Grifo e del Leone, molto di più, della maestosa fontana di piazza. “Quattroemme” ha dato alle stampe il catalogo generale delle opere curato da Vittoria Garibaldi, che sarà presentato presso la Sala dei Notari il 14 dicembre. Attraverso le sue differenti chiavi di lettura è possibile comprendere le vicissitudini sofferte nel corso dei secoli dal patrimonio culturale italiano, a partire, nel nostro caso, dal marzo del 1797, quando i commissari francesi sequestrarono la Pala dei Decemviri di Pietro Perugino (oggi nella Pinacoteca Vaticana), uno dei grandi capolavori del Rinascimento. La prefazione del catalogo è curata da Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, già Commissario straordinario – durante il sisma del 1997 – al restauro della Basilica di San Francesco ad Assisi. Paolucci definisce la Galleria Nazionale «quasi, il palladio della città», accomunandola al simulacro che, secondo le credenze dell’antichità, aveva il potere di difendere un’intera città. Il paragone è azzeccato, perché la Galleria costituisce il simbolo del governo popolare, il baluardo della conservazione del nostro patrimonio artistico, in larga parte depauperato durante il sacco napoleonico, quando i tesori d’Italia finirono per accrescere l’importanza del Louvre “rivoluzionario e repubblicano”, concepito per magnificare un imperatore che non ci apparteneva. Il patrimonio artistico della città resse la botta, mentre in Italia un sistema millenario di conservazione dei capolavori d’arte nei luoghi dove erano stati concepiti si sgretolava insieme ai fondi archivistici. La Galleria di Perugia (diventata statale e quindi Galleria Nazionale dell’Umbria con D.L. del 17 gennaio 1918) ha resistito fino ai giorni nostri, come spiega l’autrice nel suo saggio introduttivo, leggendo il quale mi accorgo di appartenere ad una generazione fortunata, di essere nato in una nazione fortunata e in una regione privilegiata; mi accorgo di appartenere ad una stirpe che non si arrenderà neppure davanti ad una mattanza come quella del Bataclan (è proprio questo, macabra ironia della sorte, il nome della prima discoteca di Perugia, frequentata dagli studenti universitari alla fine degli anni Sessanta) e neppure davanti all’imbelle inconcludenza del decrepito continente: lo stesso che grandi menti d’artisti – le cui opere sono conservate al terzo piano del Palazzo dei Priori – hanno contribuito a costruire. Siparietto. Non saranno l’Adorazione dei Magi del Perugino, la Pala di Santa Maria dei Fossi del Pinturicchio, il Crocefisso del Maestro di San Francesco, la Pala di Perugia del Beato Angelico e la Madonna col Bambino di Duccio di Buoninsegna, a fermare il declino dell’Occidente per mano del Califfato dell’Orrore. Quel che volevo affermare è che tante opere insigni che inorgogliscono la città debbono farci riflettere sulla loro localizzazione affatto casuale. L’importanza di queste opere conservate a Palazzo dei Priori ci invita a riflettere sul governo pubblico dei beni culturali, fondato sul sistema delle soprintendenze, che va messo in condizione di operare, perché, ci piaccia o meno, è l’unico che consente al patrimonio storico e artistico di svolgere la sua funzione costituzionale: quella di renderci più umani, più liberi e orgogliosi delle nostre radici. La grande dignità – troppo spesso oltraggiata – di questa città, ci ammonisce sul fatto che la cultura è l’unico rimedio contro l’oscurantismo e l’intolleranza, anche di quella matrice che in questi giorni ha raggelato (ma solo per una notte) Parigi. Riflettici Perugia, magari rileggendo i versi del tuo figlio più controverso, Sandro Penna: «Era la mia città, la città vuota / all’alba piena di un mio desiderio. / Ma il mio canto d’amore, il mio più vero / era per gli altri una canzone ignota. /» Io capisco poco o niente di pittura, eppure il catalogo di Vittoria Garibaldi sul Palladio perugino, che non è solo un catalogo, mi ha ispirato tutte queste singolari considerazioni. A dimostrazione che per noi umbri l’arte non sarà mai una “canzone ignota”.


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