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Nel genoma degli umbri c’è la passione per la ciccia. Porchetta, fegatelli e guanciale fanno parte delle nostre tradizioni alimentari. L’umbro, senza sbocchi al mare, sta al prosciutto come il cinese al riso e il tedesco alla birra. Non sarà la sospetta ricerca dell’OMS (e nemmeno i protocolli dell’Expo finanziato dalle multinazionali) a farlo desistere dalla polpa. Lo junk food – il cibo di bassa qualità, ad alto contenuto calorico ma di limitato valore nutrizionale – l’umbro lo lascia agli altri. Nel Medioevo l’economia del maiale era così importante che gli invasori longobardi non ci pensarono due volte a stabilirsi nella regione delle querce e degli elci, dove pascolavano colonie di maiali. E ora chi glielo spiega a quelli di Norcia, Preci e Monteleone di Spoleto che devono convertirsi ai grilli stagionati, alle alghe e ai cibi costruiti in laboratorio? Se il “novel food” avanza ringraziamo il Consiglio Europeo, che in prima lettura ha sdoganato le cavallette. Il pretesto è quello della crescente domanda di cibo, aggravata dalla mancanza di nuovi terreni da destinare alla produzione agricola e all’allevamento di bestiame. Preparatevi a desinare con i poco allettanti insetti. Immaginatevi un’amatriciana di imenotteri e una frittata con i ditteri, in alternativa alle tradizionali fonti proteiche. Da queste parti saremo anche conservatori, ma la guerra che l’occidente ha dichiarato alle sue delizie proprio non ci coinvolge. Non fosse altro perché queste delizie – non a caso – corrispondono alle nostre molteplici identità, alla nostra diversità, di cui andiamo fieri. A guardare il bicchiere mezzo pieno ci è capitata la ghiotta occasione per contrapporci, come David contro Golia, allo strapotere (ma anche allo sciocchezzario) delle lobby del nutrimento, che hanno scatenato il putiferio negli allevamenti e il panico tra i consumatori. Che se le mangiassero loro le cavallette, mentre noi rispolveriamo i nostri spiedi. Nutrirsi di carne, in giusta misura, non fa venire il cancro. Magari fumare sì, ma chi si sostenta con tagliate e filetti, senza esagerare nel consumo, ha solo da guadagnarci in salute. Allora come regolarsi con lo IARC, che dell’Oms è braccio operativo? L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, ha pubblicato una nota, ora scomparsa dalla prima pagina del sito Internet dell’Oms, per cui il consumo di carne rossa provocherebbe il tumore del colon retto. Ognuno con il proprio duodeno ci fa quel che gli pare (come con lo sfintere, del resto, definitivamente svincolato dalla morale), oggi che anche la libertà di farsi un nodo scorsoio col tovagliolo intorno al collo rischia di diventare incostituzionale. Meglio un’indigestione di porchetta di Costano che dieci ore di fila per vedere il padiglione del Giappone, altro allarmante fenomeno antropologico, considerato che con altrettante ore di aereo il Paese del Sol Levante te lo vedi dal vero. Sorge il sospetto che le file dell’Expo, il rito collettivo del selfie davanti all’albero della vita, e le stesse cavallette racchiudano la spiegazione del nostro malato sentire comune. Voi allevate le vostre locuste, noi affileremo i nostri spiedi, per infilzarci salsicce e grasso e magro. Perché tra le tante libertà rivendichiamo quella non codificata di deciderci obesi, di strafogarci di pagliata e coratella, espulse dall’etica e oggi rientrate dalla finestra dello street food. Siparietto. Non a caso è giunto il momento di gloria di quel cafone tatuato di Chef Rubio, cuoco dissacrante che vaga alla ricerca di orecchie, muso e zampetti cotti sotto la scolatura della porchetta. Uno di noi, insomma, che sbava per la Porcona de Lu Missile, cibo surreale ma verificabile a S. Eraclio, quanto la Tamanta di Tagliavento a Bevagna. Organismo Mondiale della Sanità? Qui da noi non attacca, perché alla fine gli umbri con il prosciutto risolvono tutto. E anche se non risolvono un gran che sanno meglio di chiunque che la vita è una pappata e la morte niente altro che i suoi postumi.


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