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Chi glielo spiega al contadino di Giano dell’Umbria che l’olivicoltura familiare è morta? Chi glielo dice al sor Ponziano di Bovara che il ricavato della chiusetta ereditata dal padre non basta a pagare le spese della potatura? Da Assisi a Campello, da Bettona al Trasimeno i vecchi oliveti non sorreggono più l’impresa agricola. Sebbene questa sia un’annata particolarmente propizia per quantità e qualità del frutto, la raccolta stenta ad iniziare. In Umbria, più che altrove, l’uliveto non produce reddito. I pensionati trevani, che coltivano l’ulivo prevalentemente per l’autoconsumo, incrociano il maleppeggio e ripongono le cesoie. I raccoglitori spellani, che sembrano appena usciti da un quadro di Norberto, smontano dalle scale e ripiegano le reti. Il sistema è imploso, perché oggi gli olivicoltori devono fare i conti con le condizioni imposte dalla Politica Agricola Comunitaria (Pac). Quel che rimane è romanticismo sterile, mutui in banca da pagare e gocce d’olio mescolate al sangue versato per la fatica. La competitività dell’olivicoltura italiana – che non può prescindere dalla riduzione dei costi di produzione – impone la ristrutturazione degli oliveti e l’adozione di modelli olivicoli innovativi. Agricola pius di Castel Ritaldi, che ti sei indebitato per dotarti di frantoio (per la molitura a freddo, per la gramolatura, per l’estrazione del mosto d’olio, per separare il liquido dalla sansa e l’olio dalla morchia) se non sei in regola con le normative ambientali e sanitarie, puoi anche chiudere i battenti. Svegliamoci ad innovare perché il percorso è lungo e tortuoso. Va rivista, anche se non rinnegata, l’ideologia della tradizione, come insegna il settore vinicolo. Magari coniugata con un nuovo modo di concepire l’imprenditorialità e i vincoli paesaggistici che hanno mummificato il comparto. Non esistono altri modi per garantire reddito (e nuovi stimoli) ad una olivicoltura di qualità, capace di creare fatturato, occupazione e conservazione del paesaggio. Accanto all’olivicoltura professionale e meccanizzata può ben coesistere l’uliveto storico, che oggi rischia l’abbandono. Perché allora non iscrivere alla lista del patrimonio dell’Unesco il paesaggio culturale della fascia ulivata che, senza soluzione di continuità, si snoda da Campello ad Assisi? Una iniziativa analoga è stata presa per le Langhe-Roero e Monferrato. Solo in questo modo si potrà schiodare da Bruxelles una modifica del PSR, con i relativi contributi economici, per permettere la conservazione del paesaggio a forte impatto di testimonianza. Del resto i sistemi innovativi – fatte le giuste scelte varietali – non sono destinati a soppiantare i sistemi tradizionali, bensì ad affiancarli. La proposta non è utopia. L’Umbria si metta alla testa di questo nuovo modo di concepire l’agricoltura di settore, in risposta a chi intende guadagnare dall’abbandono degli uliveti storici che, non solo l’Umbria, ma il Paese intero non può permettersi di perdere. Al contempo si realizzino i nuovi impianti, perché prima si parte, prima si ricomincia. E’ certo che non può esistere Italia olearia senza l’oliveto umbro, toscano o ligure che sia, né un’Italia ridotta a serbatoio di extra vergini, o pretesi tali, provenienti da ogni parte del mondo, maldestramente miscelati per farli rientrare nelle normative e poi smerciarli come italiani. La strategia autolesionistica (a vantaggio di pochi noti) avrebbe le ore contate. Spagna, Grecia, Tunisia e altri competitor che investono nel settore primario, ci smaschererebbero facilmente. Perché i buyer cinesi dovrebbero pagare caro un olio “italiano” di provenienza spagnola, quando potrebbero acquistarlo direttamente dal paese iberico a qualche decina di centesimi in meno? Siparietto. Per migliorare la competitività del settore riducendo i costi di produzione s’impone, quindi, da una parte l’adozione di modelli olivicoli innovativi e dall’altra il mantenimento delle cultivar autoctone, che non possono essere regimentate e sottoposte a meccanizzazione. Questa e non altre è la strada per sostenere i livelli quantitativi e nel contempo conservare l’identità dei nostri antichi uliveti, i soli in grado di garantire caratteristiche di attrattività e tipicità del prodotto e di permettere la salvaguardia del paesaggio ulivato, che si coniuga perfettamente con la nostra terra.


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