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E’ attraverso lo studio del passato che traiamo indicazioni per il futuro. Il 30 settembre a Gubbio si svolgerà il Festival del Medioevo. Due sguardi in dietro e uno in avanti per comprendere le trasformazioni in atto. Dieci secoli di storia da ripercorrere in cinque giorni di appuntamenti culturali, dibattiti, interventi di studiosi, mostre, mercati, esibizioni e spettacoli, alla ricerca delle radici dell’Europa. Il tema è avvincente e attuale. E’ giunto anche il momento di riflettere sulle nostre manifestazioni storiche, che siano i Ceri di Gubbio, la Quintana, il Calendimaggio o la Corsa dell’Anello. La loro sarà vera gloria? L’assessore alla Cultura Teresa Severini ritiene di sì, tanto che ne sta ipotizzando una addirittura a Perugia, città pragmaticamente ripiegata su Eurochocolate e Umbria Jazz, restia ad indossare costumi d’epoca e armature, che non siano i loden impuzzoliti di naftalina acquistati da Sir Charles e Servadio. Secondo Foscolo l’arte non consiste nel rappresentare cose nuove, ma nel rappresentarle con novità. Il corollario è di grande attualità, oggi che a causa della crisi mondiale assistiamo ad una profonda mutazione dei nostri comportamenti. Domandiamoci se le manifestazioni storiche siano ancora utili alle nostre comunità. Assisi, Bevagna, Narni e Foligno non saranno mai Seattle, New York, o Pechino. Da queste parti non s’avverte – malauguratamente o per fortuna – il respiro della metropoli. Di conseguenza il più delle volte i tentativi di sprovincializzazione risultano goffi e frustranti. Non ci rimane che guardare il bicchiere mezzo pieno, facendo i conti con gli elementi psico-economico-sociali dei territori. Per non scadere in sagre le manifestazioni storiche devono assolvere al compito di rinsaldare l’identità dei luoghi e restituire loro il carattere relazionale e identitario. La capacità attrattiva della nostra regione se non è pari a quella della Toscana – o delle più celebrate città d’arte – poco ci manca. Il primo merito di queste manifestazioni è quello di utilizzare chiese, strade, piazze e palazzi, non più come monumenti, ma come spazi vivi, vitali e abitati, con l’impegno di restituirli al loro genius loci antico, facendo leva sulla storicità, sull’identità e sulla relazionalità dell’agglomerato geoantropico urbano. Tutto questo si riflette positivamente sull’immagine della città, alla quale oggi dovranno aggiungersi, questo sì, elementi di graduale innovazione, senza in nulla tradire le eredità del passato, anche quello recente. Le rievocazioni storiche in Umbria, chi più e chi meno, mantengono intatta ai giorni nostri la funzione di testimonianza e contribuiscono al processo di formazione della consapevolezza delle nostre origini. Esse, purtroppo, non sono tutte dotate di un autentico valore popolare. Il rischio da evitare è quello che scadano in una reinvenzione di tradizioni popolari, che rinuncino, cioè, ad operare in una sorta di continuità evolutiva della tradizione. La grande storia, la storia vera, è quella delle invenzioni. Sono le invenzioni, infatti, che provocano la storia, come sanno bene a Bevagna, dove venticinque anni or sono è stata riscoperta l’acqua calda. Il Mercato delle Gaite, coniando la fortunata formula dei mestieri medievali, ha permesso di riaprire le botteghe, di far risorgere, se non la classe, almeno la prassi artigiana, ha dimostrato come la tradizione sia un concetto mobile e che, così come viene percepita e rappresentata nel corso di una Festa, essa costituisce un’”innovazione” a tal punto ben riuscita da consolidarsi nel tempo. Non esiste torneo cavalleresco capace di uguagliare lo stupore per la riproposizione della tecnologia antica: la sola in grado di costituire il pilastro sul quale poggiare un ponte tra passato e futuro, tra rievocazione storica e economia attuale. Non fosse altro perché sono cambiati i valori di riferimento nel consumo. Da una società “usa e getta” stiamo tornando a una società “pensa e valuta”. La gente vuole passare dalla moda ai modi, perchè è stanca dei barocchismi fini a se stessi, delle messe in scena della Festa e desidera riscoprire la vocazione identitaria della propria comunità; non è più attratta dall’effimero brand-fashion, intende tornare all’epoca del brand-content. Rifletteteci su, rievocatori, perché il futuro remoto è finalmente arrivato.


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