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La più bella tra le città umbre si mostra ancora al visitatore attraverso i suoi sassi lucidati, i suoi vicoli oscuri e le sue vie erte. Spoleto da sfoggio delle culture millenarie che l’hanno attraversata, come un’antica biblioteca incastonata nel groviglio della pietra. Oggi la città è percorsa da sistemi ettometrici che soccorrono le ginocchia deboli e le menti svogliate di chi la visita – ma anche di chi la abita – rendendo meno ardua l’ascesa dal piano fino al Giro della Rocca. I marciapiedi elettrici, le scale motorizzate e gli ascensori hanno reso la capitale dell’antico Ducato Longobardo una città per metà ctonia e per l’altra metà celeste. All’oscurità secolare dei vicoli s’è sostituita quella cunicolare dei people mover. Come si concilia la fierezza urbana e municipale dei suoi antichissimi edificati con le tecnologie della Mobilità Alternativa? Un primo progetto fu pensato dall’architetto Kenzo Tange addirittura nel 1987. Esso prevedeva percorsi meccanizzati su tapis roulant di superficie, che male si sarebbero conciliati con monumenti e chiese, con le mura poligonali erette dagli antichi Umbri, con quelle romane, con quelle barbariche, con quelle medievali, con quelle del quattrocento e per finire con gli antichi intonaci, che conferiscono al costruito urbano il tono signorile che molte consorelle della regione le invidiano. Seguirono altri progetti, più o meno spalleggiati dalle amministrazioni, qualcuno osteggiato, ma tutti pensati con lo scopo di risolvere il problema dello spopolamento del centro storico. Oggi si è giunti ad un risultato definitivo, che consente di aggredire l’arce con tre alternative modalità di spostamento, tre diversi percorsi che restituiscono alla città verticale la sua pedonalità. Sono state abbattute le barriere architettoniche e favorito l’accesso al centro storico in attesa di liberarlo definitivamente dalle automobili. Sarà vera gloria? Lo vedremo tra qualche anno, a patto che ne conseguano politiche del traffico e campagne di comunicazione (non solo d’informazione) finalizzate a persuadere gli spoletini ad abbandonare le proprie auto. Se no sarà stato tutto inutilmente dispendioso, considerati i costi astronomici dell’impresa e quelli della gestione. Ora è lecito aspettarsi l’effettiva utilizzazione dei percorsi da parte degli abitanti e la conseguente rivitalizzazione del centro storico, sprovvedutamente ripudiato in favore delle conurbazioni formatesi a partire dagli anni Ottanta. Ma si è arrivati in tempo per arginare il processo che fino a qualche anno fa sembrava inarrestabile? La splendida piazza del Mercato, che era l’autentico cuore pulsante della città, oggi è la parodia di se stessa; la stessa sensazione si avverte da via Filitteria alla Basilica di San Salvatore, da Posterna alla Torre dell’Olio, da Piazza della Libertà alla Rocca Albornoziana, da Corso Garibaldi a Piazza Collicola. Andatevi a rivedere le foto di Lionello Fabbri scattate dal 1966 al 1975, anno della pubblicazione del volume “Spoleto la città e il Festival”. Esse ci mostrano sì i luoghi, ma soprattutto le persone che li abitavano: Fernando Santoni, il barbiere, Fernando Proietti, il lattoniere, Ausano Loreti, nella sua bottega di fabbro, Raffaele Bartoli, il falegname, Remo Scaramucci, il restauratore, Francesco Tozzi, il costruttore di scenografie teatrali, Marino Ceccarelli, il pittore, Arturo Franceschi, il calzolaio, Gastone Tattini, il sellaio, Dino Filetti il tipografo. S’è persa, a Spoleto, come altrove, la lucida intelligenza dell’uomo, il suo raffinato gusto creativo; in altre parole la prassi artigiana. Allora ci vuole qualcosa di più che una avveniristica infrastruttura urbana come quella realizzata, che ha trasformato in groviera l’erta compatta nata dal perfetto gioco di alleanze e di combinazioni, di uomini e pietre, i cui sdruccioli, le cordonate e le viuzze mostrano soltanto la tristezza millenaria per la perdita delle generazioni scomparse. Ci vuole l’intelligenza dell’uomo, la sua capacità di autocritica, il suo desiderio di riconquistare gli spazi perduti.


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