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Parlaci Umbria, perché non sentiamo più la tua voce. Implacabilmente disimpariamo a guardare i luoghi che cambiano. Basterebbe porgere l’orecchio senza farsi distrarre dai post, dai tweet, dai social. In definitiva quello che conta è la bellezza dei luoghi, quando non sono stati sfregiati sotto lo sguardo indifferente delle istituzioni. Se la politica funzionasse come il volontariato forse le cose andrebbero meglio. Prendiamo ad esempio il Mercato delle Gaite: la scoperta dell’acqua calda, il cui messaggio ha nulla a che fare con il passato. Tuttalpiù con un futuro che avanza a grandi passi. Giudichiamo le manifestazioni storiche in base al sostegno economico che recano nell’immediato alle nostre comunità. Niente di più sbagliato. La forza delle Gaite sta nella riproposizione fedele dei mestieri tradizionali e nell’interesse che questi esercitano sui visitatori, ma anche sui giovani che vi si accostano progettando il loro futuro. In epoca di pareggi di bilancio la cartiera, la coltivazione dei bachi da seta, la falegnameria, il tintore e la macchina per la tessitura a trazione umana potrebbero salvare dal disastro la nostra abbrutita civiltà. Se esiste una formula a cui ispirarsi, va ricercata a Bevagna. Sta lì la Ferrari delle manifestazioni umbre che – pur procedendo col freno a mano tirato – vince sul filo del traguardo. Le Gaite ci indicano la via dei mestieri tradizionali, mentre il nostro futuro sta assumendo un profilo da tragedia greca. Chi ne abbia osservato il funzionamento s’è accorto che, nonostante tutto, la comunità bevanate è viva e vegeta. Bevagna, attraversata in lungo e in largo dalla storia, è un luogo interiore capace di attrarre ogni tipo di visitatore, compreso lo studioso della romanità e del medioevo. Essa nasconde un potenziale incalcolabile, come spiega Franco Cardini. La città sopravvive nella sua scalfita bellezza, sopporta l’inquinamento letale dei suoi fiumi, l’apatia della sua classe politica, le disfunzioni delle amministrazioni che si sono succedute nel tempo. A compiere il miracolo interviene ogni anno la manifestazione di giugno, i cui effetti raddolciscono l’amaro calice della crisi istituzionale versato all’interno delle solide mura. Il messaggio valga anche per Teresa Severini, che intenderebbe dotare Perugia di un evento in costume da inventare di sana pianta, per celebrare i fasti della città attraverso il suo ruolo svolto in passato. Credo che la ricetta bevanate sia la migliore da esportare con garbo e con sapienza, senza scatenare conflitti per il copyright. Le Gaite insegnano che per mettersi al passo con il futuro è necessario ricorre al passato. Non è più tempo di Giostre e Tornei. Quel che serve è rifarsi ai trascorsi più autentici delle nostre città, compiere un passo in dietro rispetto all’obbedienza, docile e indiscussa, verso l’ambiguità del vivere e dell’abitare. Servirebbe un confronto tra città. I bevanati sanno che il genius loci non può essere smontato come un padiglione dell’Expo. Sanno che è sbagliato rendere i luoghi indifferenti. Così cercano le ragioni della Festa dentro di sé. Non intorno a sé. Siparietto. Sostiene Alfredo Properzi – ideologo e storico della Gaita Santa Maria – che un altro medioevo ci aspetta: quello prossimo futuro. A rischio di squalifica nel corso dell’ultima edizione conclusasi la settima scorsa, ha fatto proditoriamente scendere da una Porche, davanti alle giurie, i principali interpreti delle scene del mercato. Una trovata simile a quella del film “Non ci resta che piangere” in cui Roberto Benigni e Massimo Troisi, dopo essere rimasti in panne con l’auto in mezzo a un bosco, si ritrovano proiettati nel passato, in un immaginario borgo toscano. Intanto domenica sera la Gaita San Pietro ha alzato il palio tra le due chiese romaniche di piazza. Terminati i festeggiamenti sarà il caso di rivalutare il giudizio sul suggerimento scandaloso di Eugenio Guarducci: quello di ospitare al lume di torcia due operaie coreane, che con il solo apporto delle mani montino chiavette per computer, operazione irrealizzabile attraverso i più moderni macchinari. Ci siamo spiegati assessore Teresa Severini? Beata umbritudine. Umbra beatitudine.


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