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Giungendo a Montefalco dai Musei Vaticani,scortata da polizia e carabinieri, la pala di Benozzo ha compiuto il suo Transito Celestiale. L’hanno scesa alla chetichella dal camion con ogni premura, prima di farle varcare la soglia di San Francesco. Se ad accoglierla, in gran segreto, vi erano solo il sindaco Tesei e la sua Giunta (insieme a un gongolante Marco Caprai) sabato pomeriggio il museo è stato preso d’assalto da molte persone, che hanno assistito alla lectio magistralis di Antonio Paolucci, il grande movimentatore. C’erano pure il sottosegretario al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Ilaria Borletti Buitoni, Ermete Realacci, presidente di Symbola, il governatore Catiuscia Marini e il giornalista Carlo Cambi a fare da moderatore. Com’è accaduto per la Madonna di Foligno di Raffaello, l’opera del Gozzoli richiamerà schiere di visitatori. Per questo la sua permanenza si protrarrà fino ad anno nuovo. Nel mondo dell’arte sopravvive la depravata abitudine di storpiare i nomi delle opere più importanti. Così l’Assunzione della Vergine, che conclude l’esistenza terrena dando inizio a quella eterna al fianco del Figlio, fu ribattezzata la Madonna della Cintola, per ovvi e facilmente riscontrabili motivi. Al malizioso osservatore non sfuggirà che la cintola offerta dalla Madonna all’incredulo (sempre lui) San Tommaso, simboleggia la prova della santa verginità, indispensabile per la sua assunzione in cielo. Questa schietta lettura non trova conferma negli eufemistici testi della storia dell’arte. Eppure doveva saperlo bene Pio IX quando nel 1848 se la portò a Roma, perché donatagli da Montefalco in cambio del titolo di città. Il merito dell’attuale sindaco – e dei produttori del Consorzio di Tutela Vini con a capo il presidente Pambuffetti – è quello di averne finanziato il restauro per riportarla a Montefalco, almeno per un po’. Non che il Vaticano necessitasse della signorile colletta (ma di questo è stato già scritto con dovizia di particolari) ma l’orgogliosa comunità montefalchese ha comunque voluto contribuire al suo restauro, non fosse altro per mostrarla ai visitatori della città, nella sua originale bellezza. Ora non ci rimane che fare silenzio, osservare l’opera nei suoi contenuti pittorici e anche nella sua cornice originale, che da sola rivela la sua importanza di autentico altare rinascimentale, contornato da pilastri corinzi e dipinto su una singola tavola. In merito ai suoi contenuti simbolici ci sarebbero tante considerazioni da fare, secondo quanto suggerisce San Bonaventura nella Legenda Maior, parlando di San Francesco, che professò una stupefacente venerazione verso l’Assunzione della Vergine come momento del suo trionfo, vittoria sul peccato e sconfitta della morte. Un tenero messaggio positivo si legge attraverso il solenne scambio di sguardi, nella bellezza della Madonna dalle fattezze ispirate alle vergini di fra Angelico e nella devota riverenza degli angeli e dei santi che la circondano. A guardar bene vi si legge la perdita di qualcosa. Che siate credenti o meno, in questi giorni così bastardi e tormentati, dovrete pur ammetterlo: siamo rimasti a corto di serafini d’oro con le ali piumate, di angeli musicanti che pregano, pizzicano la cetra e percuotono tamburelli. Le schiere celesti, ai giorni nostri, non circondano più le azioni di chi ci governa. Basterà una pala d’altare per capire? Per riflettere sulla sacralità di un momento? Basterà un bravo avvocato di provincia, eletto sindaco per caso, a trasformare la propria città, intrisa del vero spirito francescano, in una novella Pienza? Basteranno le parole di Paolucci, pronunciate con la solita intenzionale trasparenza – come sempre preziose quanto un dipinto recuperato – a richiamare alla mente nel loro netto significato i panegirici francescani sulla Vergine come fonte di luce e saggezza? Ci vuole fede, tanta fede, laica o religiosa che sia, per venirne fuori. Beata umbritudine, umbra beatitudine.


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