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Catiuscia spara alto, Fernanda aggiusta il tiro, per il resto molti cacciatori-raccoglitori di agri-cultura. In un’aula magna di Agraria da canicola, a parte le comparsate, la presidente Marini dimostra come dicono alcuni che in Europa si sa muovere, che studia la teoria e che poi le manca chi la applica, ma sembra-pare-che siano in vista dei piani di rafforzamento con degli esterni pronti a coadiuvare le poche risorse umane interne competenti in materia europea. Da parte sua, l’assessora Fernanda, si richiama al suo pragmatismo e ribadisce in premessa quanto poi sarà articolato dalla presidente stessa: i fondi per la spesa corrente sono ad esaurimento per il prossimo quinquennio, gli operatori culturali devono collaborare, devono fare rete e devono collegarsi con reti possibilmente europee. Questo, in verità, era già stato uno dei principali problemi della candidatura di Perugia 2019, ossia il non far parte di reti europee e di averle soltanto evocate attraverso lettere d’intenti. Nonostante la menzionata canicola, la presidente, sapendo di esibirsi in una sede universitaria, aveva studiato più del solito, aveva preparato il terreno con interviste ad hoc, ma all’osso è rimasta forte la distanza fra la teoria e la pratica, in molti sensi. Prima di tutto, Catiuscia ha mirato in alto e sparato al bersaglio grosso europeo, terreno nel quale si destreggia bene, ma il suo problema rimangono forse i cani da riporto, cioè le strutture che dovrebbero mettere in pratica la sua strategia venatoria europea, per cui neanche chi è apicale potrebbe essere in grado di mettere in atto le buone pratiche indicate dalla presidente. Per fare questo, forse confida nel senso di concretezza e nella confidenza con la caccia dell’assessora Fernanda, inoltre gli altotiberini sono umbri del nord, perciò in soldoni sono quelli più vicini a Bruxelles che a questo punto dovrebbe divenire la loro stella polare, anche se alcuni già faticano a gestire in chiave internazionale l’opportunità Burri. Quindi, in uno dei suoi migliori discorsi di sempre, per efficacia e per onestà intellettuale, dove, addirittura, oltre che di cultura intesa come teatro ne ha parlato anche in quanto musica e in quanto arti visive; dove ha dimostrato di essere consapevole che non di soli eventi e festival si può andare avanti e che ci vorrebbero azioni culturali concrete e quotidiane e così via… Per fare del patrimonio culturale regionale un “grande attrattore” da proporre ai tecnocrati europei. Di certo, però, non ha indicato con quali buone pratiche si possa coordinare l’Umbria dei tanti Comuni e delle tante Grandi (?) Manifestazioni, forse confidando anche in questo caso nelle doti di gestione della battuta di caccia di Fernanda. Eh sì, perché se in questo caso la politica ha tentato di fare il suo lavoro, le dolenti note sono arrivate quando è stata data la parola alle squadre di cacciatori-raccoglitori di fondi agri-culturali, tranne qualche inevitabile eccezione, come quella di un dirigente-poeta che ha fatto notare come la parola “reti” se rovesciata diventa “iter”, proprio quell’iter, quel percorso, che i soggetti convocati dovrebbero fare insieme condividendo le prede senza spartirle e sbranarle. Quell’iter che significa anche uscire dalla logica dello spettacolo e della rappresentazione, per recuperare invece un senso del quotidiano, dei luoghi e dei processi culturali ed artistici. Dopo il dirigente-poeta, finalmente per secondo parla un giovane, ternano e di un festival rock, ma qui iniziano le autopromozioni dei cacciatori-raccoglitori, purtroppo. Un esperto teatrante, pur alle prese, come altri, con la stretta creditizia delle banche salvate, si dichiara giustamente aperto e disponibile alle collaborazioni istituzionali e con altri soggetti, e qui la qualità risale, per poi sprofondare con un teatro privato vicino al confine laziale che riporta il tutto sulle rivendicazioni economiche, in buona sostanza. Dopodiché, comincia ad aleggiare nella sala una certa tensione, una certa inquietudine, quella dettata dagli stocastici algoritmi che gli operatori dello spettacolo temono e che considerano un mostro ministeriale, essendo stati catapultati dai parametri precedenti alle logiche algoritmiche di stampo amerikano. Rispondono, invece, con la metafora arborea (del resto c’era la Fernanda in sala) dell’artista come seme, seme da piantare e coltivare grazie al pollice verde dell’assessora altotiberina. È poi la volta di un sindaco di mezza costa, uno che pur avendo confidenza con le comunanze agrarie non offre un bel discorso sul rapporto umbro tra urbano, rurale e montano ma rimarca come i Comuni umbri siano sempre più lontani da Roma rispetto al sostegno per i beni culturali, infine si riprende con un passaggio sui giovani esperti di restauro e di diagnostica dell’arte costretti ad emigrare dall’Umbria dove sono stati formati bene. Sic. Tocca ora al presidente dell’associazione generale dello spettacolo umbra, cinema compresi (a questo proposito, giustamente ricorda che il precedente assessore alla cultura aveva annunciato un’ancora attesa legge regionale sul cinema nei centri storici, e la Catiuscia annota); e qui, sentendo odor di preda (leggi: tavoli), già sembra invitarsi ad un prossimo tavolo tematico, invece, come si dirà in chiusura i famigerati tavoli non sono stati evocati più di tanto. E poi il vulcanico presidente dell’associazione e di altri enti, concorda rispetto alla stretta creditizia delle banche salvate (che nobilitano la loro immagine attraverso le azioni delle loro fondazioni culturali, da capire quanto siano organiche ma l’importante è che elargiscano qualcosa), propone un Art Bonus esteso ad altri settori, chiede forme di accesso al credito e in chiusura da ottimo cacciatore-raccoglitore chiede le fatidiche “certezze”, fuori tema. È la stampa bellezza: il vicedirettore di un telegiornale nazionale deve rientrare nella capitale (ma almeno è un umbro che ci lavora, non è un operatore romano pilotato in terra umbra), perciò gli viene data la parola perché parla di un festival altotiberino e perché abituato a telekabul osanna la congiunzione agri-culturale, si dichiara entusiasta di dover essere filoeuropei e conclude con l’autopromozione, essendo abituato a fare spottoni. Finalmente un direttore artistico vero, uno che ricorda che i programmi delle sue due manifestazioni storiche si trovano in rete e che la sua struttura e della sua presidentissima è una vera e propria “casa della musica”, al punto che scivola sull’autopromozione quando sostiene con vigore la volontà di regionalizzare la loro Orchestra da Camera di Perugia, auguri di questi tempi! Dopo una confusione tra funghi e tartufi, in omaggio alla sede di Agraria, snocciola la metafora agricola della coltivazione del pubblico attraverso l’esecuzione della musica, visto che sempre pochi la leggono, quindi non di spettacolo ma di ‘coltura’ si parla… È poi la volta di un nobile consulente dell’assessora perugina alla cultura (la quale era intervenuta con la solita tiritera della comunicazione, dove non primeggia di certo però…) che racconta che ogni università dove ha lavorato aveva un ufficio di progettazione europea (ce l’avrebbe anche l’ateneo perugino o ce l’aveva e per soccorrerlo la Catiuscia ha fatto spesso allusione), aggiungendo che ci mette del suo come privato avendo una casa-museo con tanto di pozzo etrusco ma che il privato non può portare tanto buon turismo da solo… A questo punto era difficile rispondere, gli interventi erano tanti, perciò le due consumate politiche chiamano il giro con i loro richiami ad un prossimo appuntamento di settembre… Alcuni cacciatori-raccoglitori rinunciano a quel punto, altri faranno un sottofinale al tavolo per far vedere che c’erano. Altri, invece, non mollano, specie l’addetta alle relazioni esterne dell’assessore-ombra comunale e ora regionale (?) ombra (orfano del precedente assessore alla cultura), detto Marco Polo, visto che l’ultima delle tante reti proposte si chiama Il Milione (il contentino di Franceschini alle non-capitali della cultura che non userebbe bene il Comune di Perugia) e che l’offensiva partirà da un casale in località Pila, impresa creativa vincitrice di un recente bando, del resto qui si parla di un consulente ministeriale in materia che, come altri, ha scelto la presenza-assenza significativa grazie alla portavoce, fino a scomodare la benemerita memoria di Roberto Abbondanza. Tanta roba, troppa roba? Una però, Marco Polo, memore della fiction dedicata all’autore de Il Milione, l’ha azzeccata, ossia, come può una regione dirsi attraente ed internazionale se non ha nemmeno una film commission operante e forse non ce l’ha nemmeno precaria… La presidente ha annotato anche questa. Vedremo un nuovo modello di scenario immaginario? Intanto, restano le difficoltà oggettive umbre dell’alta formazione artistica e musicale testimoniate, ma Catiuscia, dopo aver evocato per questi problemi il FSE, rispara alto e prende in mano anche le conclusioni, si richiama alla merce più rara in Umbria e altrove, l’intelligenza, alla capacità di raccogliere risorse diverse da parte dei cacciatori e rimanda ad una fase di progettazione e di co-progettazione, concertativa e partecipativa (se non fosse stato troppo tardi forse sarebbe arrivata anche all’intelligenza connettiva…) all’insegna della comunicazione integrata, ecc., non parlando mai di tavoli, concludendo lei al posto di Fernanda che invece di recente ha lanciato un “tavolo verde”, e forse Catiuscia temeva che la mattinata fosse percepita come un giuoco (delle parti). O forse sapeva già che tanto qualche tavolo lo doveva aprire nel pomeriggio, incontrando Confindustria Umbria, dove il giuoco delle parti l’avrà forse vista un po’ renziana e squinziana…


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