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Gli assessori regionali diminuiranno da otto a cinque. La modernizzazione dei processi di spesa pubblica e l’analisi sistematica delle strutture decisionali degli atti di Giunta impongono il contenimento dei costi. “Piangete, o Veneri e Amorini/ e tutti voi uomini dal cuore gentile”, piangete la cultura che è morta per colpa della spending review (liberamente tratto dal celebre lamento di Catullo, in morte del passero di Lesbia). Alla Regione non resta che attingere agli sghei del Programma di Sviluppo Rurale, nato per sostenere lo sviluppo delle aree agricole umbre con i fondi dell’Unione Europea. “Che ci azzecca tutto questo con la cultura?”, diranno i nostri lettori. La revisione di spesa ci ha costretto a riunire le separate competenze sotto un unico ombrello. Ma la coperta è pur sempre troppo corta. Al comparto del turismo e della cultura servirebbe un miracolo, più che un super accrocco. I nostri beni culturali meriterebbero più di un assessore per tutte le stagioni, considerato che i fondi del PSR non potranno essere spesi in mostre, convegni, restauri ed eventi culturali. Il termine “cultura” deriva dal verbo latino “colere”, ovvero coltivare. Dobbiamo tuttavia evitare il rischio di carlopetrinizzare, o peggio farinettizzare l’Umbria. Eravamo convinti, meschini noi, che le politiche culturali costituissero quella forma di humanitas coltivabile solo attraverso l’educazione al bello. Pensavamo che educare non significasse tracciare solchi, rivoltare zolle, seminare il sedano nero di Trevi o vinificare il Sagrantino, bensì cavare fuori l’umanità racchiusa in ciascuno di noi. La politica, quella diplomatasi su Wikipedia, gongola in attesa che siano finanziate le amene pappatorie di piazza, inconciliabili con le mostre del Perugino, del Signorelli e del Pinturicchio. Per fortuna dall’andazzo prende le distanze Donatella Tesei, che flirta con Paolucci per riportare a casa la Madonna della Cintola di Benozzo Gozzoli, recentemente restaurata con scudi di sudato conio montefalchese usciti dalle tasche del Consorzio Tutela Vini. Nomina sunt consequentia rerum. La pala d’altare, attualmente conservata ai musei vaticani, fu devoluta nel 1848 al Papa, che concesse con molta benedizione a Montefalco il titolo di “città”. Non era meglio che a Pio IX gli avessero mandato un carico di Sagrantino per la messa? Tornando agli assessorati e alle deleghe, di cui tanto si parla in questi giorni, Luciano Cicioni, poeta per diletto, ha scritto una corrosiva poesia dal titolo Le affinità elettive. Fa così: «Merita un grosso applauso la Regione / per avere adottato una misura/ che appar la medicina più sicura / per risparmiar le spese di gestione. / E questo è il succo della decisione: / l’assessorato dell’agricoltura / e quello competente alla cultura / son troppi e s’è disposta la riunione. / L’hanno spiegato bene ai cittadini / quegli amministratori dotti e saggi: / si tratta di materie in fondo … affini. / Ma certo! Allevar polli in batteria, / e coltivar granturco o vari ortaggi / son cose che si fanno … in libreria!». A Catiuscia Forever non sfugge, ahinoi, che l’assessorato alla cultura ormai costituisce una dependance di quello del turismo. Lanciamo un’idea, nel rispetto dell’ “assoluta autonomia” rivendicata dalla Presidente. Se proprio lo sposalizio s’ha da fare, chi meglio di Donatella Porzi per ricoprire l’incarico? Non fosse altro per quella sua singolare inclinazione all’agrodolce, tipico dell’Amaryllidacea cannarensis (cipolla), molto apprezzata dai cuochi. E anche dalla medicina popolare, che più polare non si può, a giudicare dal conteggio delle preferenze ricevute.


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