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Forse ce ne siamo passati con questa storiella della rivalutazione culturale del cibo. Diamoci un freno perché alla fine tutto è fatto delle stesse particelle chimiche. Continuiamo a godere della buona tavola, ma nella consapevolezza che la cultura non si baratta mai con la gastronomia più o meno applicata. Specialmente con quella delle bancarelle a cielo aperto e delle fiere del gusto all’insegna di quei prodotti di cui talvolta – infelici schiavi del nostro stomaco – non conosciamo neppure la provenienza. I roventi fornelli televisivi rincorrono freneticamente gli ascolti, mentre gli spazi riservati ai programmi culturali sono sempre più risicati nei palinsesti. Esci per strada e t’imbatti in fiere, grigliate ed eventi che competono solo con le sagre, quanto a numero di presenze e tanfo di fritto. Siamo tornati al metodo sociale bassamente demagogico del “panem et circenses”. E ora con il caldo ci strafoghiamo in piazza, farcendoci la bocca della parola “cultura”. Scomodiamo spiegazioni risibili sul significato misterioso del cibo, che in definitiva l’intestino assimila per poi restituire ciclicamente ai campi. È pur vero che ciò che mangiamo è frutto delle tecniche e dei saperi trasmessi di generazione in generazione e che il cibo costituisce l’interfaccia tra la natura e il nostro patrimonio di conoscenze. Tuttavia converrebbe lasciare i cuochi ai fornelli e gli intellettuali ai loro compiti di sempre. Limitiamoci a insegnare ai nostri figli il rispetto per il cibo, garanzia di sopravvivenza della specie, come consigliano presso l’orto planetario dell’expo milanese. Qui il discorso si fa più complesso. Una corrente di pensiero inneggia all’opportunità per il rilancio dell’economia del Paese, mentre un’altra, formata dai detrattori della pappatoria globale, critica l’iniziativa su cui il Governo ha puntato tanto. Su Wikipedia (il non luogo della sapienza alla portata di ogni smartphone) abbiamo digitato “Bureau International des Expositions”. È geniale il suo logo ufficiale creato dallo studente giapponese Masanori Matushima. “Consiste in un cerchio, che simboleggia l’amicizia, all’interno del quale ci sono delle onde blu che si spostano verso l’orizzonte, simboleggiando il movimento dell’umanità verso il futuro”. Ma quale futuro senza i campi da coltivare? Quali speranze alimentari, considerato l’effetto risucchio-svuotamento delle città a causa degli insediamenti commerciali sub urbani? Più le filiere si sfilacciano e più i prodotti viaggiano. E più è lungo il tragitto verso il ventre dell’uomo. Poi leggiamo di Adriano Celentano che nutre antipatia verso Oscar Farinetti e lo attacca sulla stampa nazionale per l’apertura di un nuovo Eataly a Milano al posto dell’ex teatro Smeraldo. Lo accusa di aver umiliato quel luogo, la sua immagine storica e di averne mortificato l’immagine culturale. ‘Stavolta il molleggiato c’ha azzeccato. Vale a dire che un gioioso panino con la porchetta, pur appartenendo ad un sistema simbolico che a ben vedere rivela all’osservatore informato la struttura di una società, non varrà mai una pennellata del Perugino o un passo del Cantico delle Creature. Tanto per mettere le cose apposto anche dalle nostre parti. E ora diamoci giù con le sagre di paese.


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