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Cosa si nasconde dietro il degrado delle nostre vite, dei nostri luoghi, delle nostre città, del nostro tempo libero e, in fine, dei nostri sogni? Forse solo un’imprevista svolta dell’esistenza. Noi umbri vivevamo al centro di tanta grazia, in una condizione di particolare privilegio, consapevoli che l’arte conferisse sapore e dignità ad ogni scorcio, ad ogni pietra, ad ogni avanzo romantico della nostra regione. Questa presunzione (unitamente alla convinzione malferma che i luoghi seppur sciupati parlino all’infinito di storia e di fantasmi tumulati sotto dolorosi interventi urbanistici) ci ha indotti all’apatia. Siamo ormai diseducati a comprendere il sorprendente palinsesto d’arte, storia e natura che ci è stato tramandato. Tuttavia, nella crisi che minaccia la civiltà attuale, possiamo ancora considerarci fortunati per aver vissuto da umbri, in Umbria. Ma le cose stanno cambiando, così come i luoghi. Per un perugino attraversare oggi piazza IV Novembre, lambire la Fontana di Nicola e Giovanni Pisano, costituisce ormai un fatto di normale amministrazione. Così per un assisano sedersi distrattamente sui gradini del tempio della Minerva, che lasciò senza fiato perfino Goethe nel corso del suo viaggio in Italia. Offuscati come siamo dalla nostra noncuranza, non ci accorgiamo dell’unicità dei luoghi che abitiamo. Sono molteplici i fattori che contribuiscono alla loro mimetizzazione. Abbiamo semplicemente perso la nostra capacità di lettura del nostro patrimonio artistico, questa immensa biblioteca stampata in un alfabeto ormai sconosciuto. Servirebbe una maggiore attenzione allo studio della storia dell’arte per ritrovare la consapevolezza dello spirito disperso dell’uomo, del giusto modo di vivere, della capacità di tenuta davanti alla rinuncia culturale. Gli umanisti di noialtri se la cantano e se la suonano, tutti bene attenti a rendere inaccessibile il loro sapere, nessuno all’altezza di connettere la ricerca ben pagata con l’interesse generale. Eppure la maggior parte di loro pesa inutilmente sul contribuente, non fosse altro perché si sono costruiti a spese della comunità cospicue biblioteche private, che alla loro morte gli eredi rivenderanno su Amazon. Per non parlare degli assessori, dei giornalisti culturali, dei sedicenti editori sempre a caccia di finanziamenti pubblici. Il degrado delle nostre vite, intanto, è direttamente proporzionale all’impreparazione scolastica. C’è un filo che lega questa regione con la storia dell’arte, con il paesaggio e con la cultura del bello. L’Umbria non può prescindere dal buon uso dei propri tesori, come la cultura non può prescindere da una sana scuola, che non è necessariamente la “Buona Scuola”. Oggi che le fabbriche chiudono e l’occupazione conta perdite irreparabili dobbiamo più che mai garantire il livello formativo. Tra le grandi riforme renziane l’urgenza più impellente è quella dei beni culturali. Non ci importa un fico secco del neo liberalismo, dei superpresidi, dell’idea scuola/azienda, della flessibilità e delle graduatorie aggiuntive. Ci serve riscoprire la passione umanistica, in mancanza della quale i nostri figli continueranno a farsi risucchiare dai demenziali social network, dalle deprimenti movide notturne e dai rilassanti aperi-cena.


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