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Non c’è più motivo per rimanere chiusi in casa a rivoltare cresce nella cenere. Dal monte Cucco soffia un vento tiepido che porta il profumo di giunchiglie. La luce è già cambiata sulla facciata gotica del palazzo dei Consoli. I raggi del sole si stampano sul rosone della cattedrale, circondato dai simboli degli evangelisti e dall’agnello mistico. Quando la primavera s’affaccia sulle finestre di Gubbio i ceraioli s’aggirano inorgogliti per la città con i loro fazzoletti. La gente capisce che non è più tempo di convivere con la solitudine. Capisce che è finalmente giunto il momento di portare in spalla i propri santi, Ubaldo, Giorgio e Antonio, lungo le vie che per secoli furono bagnate di sangue. Bisogna essere cresciuti a Brustengo e Friccò per definirsi autenticamente eugubini. La conoscenza della città è sapienziale, ha un sapore religioso e non prescinde da un passato – recente o remoto che sia – segnato da un forte isolamento, marcato, più che da confini, da profondi solchi protettivi attraversati nei secoli da soldatesche, pestilenze, uomini del remoto mondo politico amministrativo, gabellieri, mercanti e viaggiatori dallo strano parlare. Nel 1950 Guido Piovene inizia il suo “Viaggio in Italia”. Della capitale dei veri Umbri scrive che ognuno vi vive “chiuso nel suo mondo, come in un’armatura”. Riferisce di aver letto su un muro: “Viva me, morte a te”. C’è tutta Gubbio in questa frase inflessibile e definitiva. Ancora oggi l’eugubino mostra la grave aderenza alle antiche abitudini delle stirpi italiche, unita alla furiosa passione per la sua città, della quale paventa il rischio di una possibile perdita. Egli in tal senso è un umbro vero, per niente proteso verso le inquietudini dell’età contemporanea. Con adesione immediata alla realtà sono scesi dal monte i Ceri, i soli in grado (tra una bestemmia e una preghiera, una caduta e un’invocazione) di rinsaldare i legami tra i clan, di far cessare l’atrabiliare vena melancolica e di riportare la città alla disposizione gioiosa a cui anela ogni esistenza umana. A maggio, tra i ceraioli, si rinnova il culto pagano dell’albero, un rapporto profondo che passa attraverso le bizzarre e imponenti macchine di legno drizzate in verticale su una pesante barella. I padri fondatori della Regione Umbria le vollero come emblema e gonfalone. Certi simboli non si scelgono a caso, ma perché racchiudono in sé un insieme di valori laici e religiosi, pagani e cristiani, antichi e moderni, agrari e urbani. L’Umbria, insomma. In questo senso i Ceri appartengono a tutti noi. Ma sopra ogni altra cosa sono della città le cui mura furono inespugnabili al ferro di più comuni confederati; sono dalla base alla manicchia degli eugubini, perché portatori di valori rituali e storici, dai quali non è certamente esente la venerazione verso l’amato Pastore, mentre gli altri patroni della regione – diciamocelo – sono trattati con affetto un po’ sommario, compreso San Francesco, la cui assisana riconoscenza è proporzionale ai benefici che ne derivano al turismo religioso. A Gubbio no. La ridda insensata dei ceraioli, l’annuale lustrazione del popolo, il fiume trafelato che si riversa per le strade rincorrendosi dove torreggiano maestose le macchine, non hanno nulla a che fare con uno spettacolo a pagamento. A nessuno che non sia autenticamente eugubino è concesso prestare il suo aiuto in quell’ora graziosamente illuminata dal sole che cala, mentre i Ceri scalano la vetta dell’Ingino. Se volete entrare nelle grazie di quella strana gente, domani, quindici di maggio, fatevi un giro altrove. Non stategli tra i piedi.


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