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Sintesi di tutte le feste medievali, il Calendimaggio restituisce ad Assisi l’antica euforia. La riproposizione del litigio tra le due fazioni cittadine determina un’interruzione all’egemonico sistema del turismo religioso. Sembra quasi che la Festa riconsegni alla città laica una sorta di autonomia sul costante predominio dei pellegrini. Ci furono giorni belli e spensierati in cui Francesco non aveva ancora intrapreso il suo cammino vocazionale. Giorni in cui la vera letizia si manifestava sotto pruriginose sembianze: nei bagordi, nei madrigali, nelle scorribande a cavallo lungo il Tescio, negli eccessi giovanili e negli spargimenti amorosi. Fu soltanto dopo una spensierata giovinezza che il figlio di donna Pica decise di riparare la pericolante casa del Padre, mettendo a rischio quella dell’altro padre. Prima di allora Francesco festeggiò molte scapestrate calende di maggio, come si conveniva ad ogni ragazzo di buona famiglia. Al rintoccare festoso dei bronzi della torre del Popolo gli assisani di oggi indossano allegramente le sconce vesti rifiutate dal Poverello, dandosi alla pazza gioia e alla salutare cupidigia. Succede ancora ai tempi di Claudio Ricci, come succedeva quando imperversavano Andrea dei Nepis, Guglielmo di Carlo, Neri di Sinibaldo; cioè quando Assisi viveva di incendi, guerre civili, taglie, riscatti, tra le due fazioni: guelfa, quella di Sopra e ghibellina quella di Sotto. Il risultato sorprendente è questo: la città sorniona e invasa dai torpedoni salmodianti, la città inquinata dai negozi di souvenir e dai distributori automatici di vivande, partecipa ogni anno alla furibonda battaglia. Gli assisani si calano con antico ardore nella parte, a giudicare dagli sfottò, dai litigi, dalle legnate e dai proclami; per non dire dai ricorsi e dalle radiazioni che seguono l’annuncio del – sempre contestato – vincitore. Il Calendimaggio interessa il medievista quanto il sociologo, perché ripropone a distanza di secoli una città foscheggiante, divisa in fazioni, iniqua fino a non farsi scrupolo di nulla. Per gioco s’intende. Una città esacerbata per questioni confinarie, che per timore degli attacchi esterni s’è racchiusa entro le sue mura, spiegate tra i torrioni delle porte S.Antimo, Moiano, San Rufino, Perlasio e Murorutto. Una città indifesa anche rispetto agli attacchi interni, portati da gente pratica, a colpi di balestre tese dietro le finestre accostate. In fin dei conti, come spiega Franco Cardini, in tanta vastità di memorie e di rovine, il medioevo non è mai terminato, ad Assisi, come altrove. Il merito degli assisani, però, va ben oltre. Va ricercato non tanto tra le cartapecore corrose da cui hanno attinto i fondatori per rendere il più possibile fedele la rievocazione, quanto nel patrimonio genetico mai cancellato. Al punto che ogni cromosoma sparso per la valle (che abbia trovato asilo a Tordibetto, Todandrea o Torchiagina, dove crescevano i pampini della dismessa vigna avita) subisce il possente richiamo di quei rintocchi provenienti da piazza, capaci di fare nascere la vigorosa reazione che induce a ricreare un quadro sì vivo e tumultuoso, causando emozioni ancora presenti nel DNA umbro, che si esprimono nel corso della Festa, per culminare nella gioia o nella disperazione. Tutto il resto, compresi i turisti del sacro, non conta, perché è cronaca di oggi. E dalla prossima settimana si riparte con i Ceri di Gubbio. Alle elezioni regionali ci penseremo più in là.


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